Nella galleria filatelica di Anna Kanakis, non tutti i pezzi rari hanno cittadinanza: “Su Miss Italia facciamo solo un francobollo, vero?”. Al crocevia della Roma più bella, in una palazzina d’angolo tra il Tevere e la storia, la ragazza di Messina spiega che raccontare la propria fermandosi al prologo sarebbe un peccato: “Ho fatto molte cose diverse tra loro, nessuna per ambizione”. Quella di tornare al 1977, alla fascia sponsorizzata dai Mobili Carboneea quell’incoronazione arrivata per caso in una sera calabrese di settembre, è comunque tra le ultime. “Quando sei travolto dagli eventi non c’è molto da spiegare” dice, consapevole di aver dirottato le possibili traiettorie del volo iniziale in molte direzioni. Indossatrice, attrice, responsabile dell’ambito culturale di un partito politico e, molto in anticipo sui tempi, anche di se stessa: “Vincere Miss Italia mi emancipò in fretta. A neanche 16 anni ero già economicamente indipendente. Mirigliani, l’inventore del Premio, un uomo gentile dagli occhi piccoli, stretti e furbi, mi avrebbe voluto portare a Roma per far di me una stella del cinema delle docce. La Gloria Guida del Sud, l’Edwige Fenech di Sicilia. Rifiutai, ma sfruttai l’occasione per girare il mondo con una valigia tra una sfilata e l’altra”.

A cinquantadue anni, se non avesse scelto di ritirarsi dalla scene per reinventarsi scrittrice “di romanzi a fondo storico” sulla scia di esistenze tormentate e avventurose, potrebbe ancora farsi ammirare in passerella. Ma l’immutato splendore – giura – “mi ha solo costretto a faticare il doppio per dimostrare di valere”. Oggi Anna Kanakis lotta con i suoi romanzi in uno studio che non le piace definire ‘austero’: “Non sente come è avara la parola? Quanto è cupa?” e al passato guarda poco: “Rifarei tutto quel che ho fatto, ho tenuto costantemente il piede sull’acceleratore e ho sempre guardato avanti. Sono contenta di ciò che sono. Una donna non più giovane che ha imparato a fare i conti con il tempo, a dilatarlo, a giocarci senza malinconia”. Tra un esperimento e l’altro, dopo due premiati volumi con Marsilio: “E una trentina di recensioni, tutte positive, di qualunque testata italiana le venga in mente” Kanakis prepara il terzo libro. L’editore è incerto, la rotta sicura. Sul tavolo c’è un tomo di Dario Bellezza: “Sarà dedicato a quelli come lui, ai poeti che hanno deragliato, agli inclassificabili, ai non integrati”.

Per qualche tempo anche lei si è trovata fuori contesto?
Sono cresciuta con mia sorella e con mia nonna, a Messina. Davanti allo Stretto e alle feluche dei pescatori. Se devo pensare alla mano che mi teneva, penso alla sua. Grinzosa e forte. Mio padre, un greco bellissimo e molto maschilista con cui non ho diviso la vita un solo giorno, aveva divorziato da mia madre quando ero appena nata e mamma, una donna straordinaria capace di supplire alla sua assenza e all’interpretazione di due ruoli, aveva dovuto rimboccarsi le maniche.

In che modo?
Era figlia di un grande penalista e aveva conseguito una laurea in Giurisprudenza. Lo studio paterno, alla morte di mio nonno, era stato conquistato dagli assistenti e a mia madre non rimase che rinfrescare le nozioni di legge e buttarsi nell’agone. Quando mio padre se ne andò, cominciò un lungo giro d’Italia affrontando un concorso dopo l’altro. Ne vinse uno a Catania e trasferì un nucleo di purissimo, siculo matriarcato proprio lì.

In città trascorse poco meno di un decennio.
Arrivai a Catania a sette anni. Dopo le scuole medie, mi iscrissi al Liceo Cutelli dominato dall’estrema sinistra. Assemblee. Occupazioni. Impegno. L’estate era un passaggio lieto. Quindici giorni a Taormina e 15 a Vulcano. L’isola pareva Ibiza e mia madre, una ragazzina, sembrava nostra sorella. Girava in shorts e ci accompagnava a ballare. Una sera ci ritrovammo al Pyro Pyro.

Cos’è il Pyro Pyro?
Cos’era. Non esiste più, ma all’epoca era un locale alla buona in cui si ballava. A Vulcano, ogni estate, arrivavano ventimila ragazzi da tutta Italia.

Tra loro, Anna Kanakis, Miss Vulcano 1977.
A un certo punto, dal nulla, in discoteca mi puntarono addosso l’occhio di bue. A notte fonda, in un clima all’Amatriciana, mi ritrovai sotto le luci con la fascia al collo. Una sera d’estate nella vita di una ragazzina, di questo si trattò.

Pochi mesi dopo fu proclamata Miss Italia. Presidente di Giuria Corrado Mantoni, conduttore della serata Alberto Lupo.
Passai dall’elezione di Miss Sicilia a quella di Miss Italia ostentando assoluta indifferenza. Non era una parte. Vivevo l’evento come una parentesi divertente e mia madre, cresciuta nell’epoca in cui al concorso partecipavano donne come Lucia Bosè, non trovò ragione alcuna per opporsi. Ci riflettemmo insieme: ‘Lo facciamo, non lo facciamo’ e poi valutammo che non c’era niente di male.

Lasciò la scuola?
Neanche un po’.Divisi equamente il tempo.Tremesi di assenza dai banchi tra inverno e primavera e per il resto, studio matto e disperatissimo. Gli altri restavano fuori dall’aula per protestare contro non so che e io entravo, guardata come una crumira, per stare sola in classe con il professore di Greco: ‘Kanakis, ma lei dove trova tutta questa forza di volontà?’.

Dove la trovava?
Nella voglia di non perdere l’anno scolastico e nella consapevolezza che quella fascia, senza che potessi orientarne le dinamiche,aveva cambiato anche il mio rapporto con gli altri. La ragazzina del Pyro Pyro era cresciuta in un giorno scoprendo l’invidia degli altri, le cattiverie gratuite, il senso della parola amicizia. Dopo la proclamazione, anche plasticamente, si aprirono le acque. Prima del suono della campanella, al mio arrivo davanti al Liceo, si fece silenzio. Io avanzavo e gli altri si spostavano.

Le dispiacque?
Non avevo rubato. Non avevo ammazzato. Non avevo bestemmiato la Madonna. Ho sempre camminato a testa alta. Non mi sentivo la più bella d’Italia, ma non potevo impedire al pregiudizio di prendere terreno.

È rimasta in scia?
Me ne sono fregata e non sono cambiata. Mia madre mi diceva: ‘Prima di essere moglie o madre, prova a essere una persona’. Non me lo sono mai dimenticato e non sono cambiata. Se fossi diventata un’altra non sarei sopravvissuta.

Lei si sposò molto giovane.
A diciannove anni. Mi innamorai di un pianista, Claudio Simonetti.

Una delle colonne dei Goblin.
Era molto bravo e la colonna sonora di Profondo Rosso, anche a quarant’anni di distanza, rimane un lavoro mirabile. Ascoltarlo suonare mi incantava. Ero piccola. Mi trasferii a Roma. A un dato punto, dopo poco più di tre anni, rompemmo. E la frattura fu pesante. Mi segnò. Scappai e mi chiusi in un residence.

Lo scenario è quello della Roma di inizio Anni 80. Anni di cinematografari corsari, attrici capaci di perdersi in fretta, dirigenti televisivi senza scrupoli, cocaina a fiumi.
Il produttore che diceva ‘se tu fai questo a me, io do questo a te’ l’ho incontrato anch’io. È un mondo che ho visto con i miei occhi e dal quale sono stata sempre lontanissima.

Per moralismo?
Per la corazza di princìpi ai quali ho dato sempre retta. Della vita mondana non mi è mai importato nulla. Delle cene in cui parlarsi addosso e della droga, ancor di meno. Quell’ambiente già contaminato dalla politica esisteva ed esiste ancora. Non credo sia migliorato. Forse allora era più ruspante, più genuino, ma come dicevano i nostri vecchi, se non è zuppa, è pan bagnato.

C’era solo degrado?
C’erano anche i grandi artisti. A spingermi a trovare la mia strada fu un giovane Tornatore. Di darmi la prima occasione di qualità si incaricò invece Gigi Ma-gni : ‘Questa mi piace, ci metto il capoccione’.

Il film di Magni si intitolava ‘o Re.
Vinse Nastri d’Argento e David di Donatello. Io interpretavo il ruolo di una brigantessa che assisteva all’impiccagione di Corrado Pani. Fu un’esperienza forte.

Prima di girare con Magni interpretò altre pellicole. Rinnega i film precedenti?
Ma quando mai? Vuole che glieli declami? I nuovi barbari, Attila Flagello di Dio, Acapulco prima spiaggia a sinistra…. Mi sono divertita moltissimo.

A come atrocità, doppia T come terremoto e tragedia, I come ir’ di Dio, L come laco di sangue e A come adesso vengo e ti sfascio le corna. La voce di Abatantuono in sottofondo, il set del basso Lazio come luogo di incontro tra Vittorio Cecchi Gori e Rita Rusic.  

Rita me la ricordo,era bellissima.Sul set ridevo molto. Dovevo fare una sirena ammaliatrice in mezzo al mare, legata a un finto scoglio con le gambe bloccate in una guaina strettissima. Il mare non ammette corpi estranei e infatti il galleggiante andava da una parte all’altra. Portavo una lunga parrucca legata ai seni con due pezzi di scotch, ma c’era vento e a ogni folata, la parrucca si spostava mostrando lo scotch. A un certo punto, uno dei due registi, Castellano, perse la pazienza: ‘Figlia mia, ma tu il sole con le tette nude al mare ogni tanto lo prendi o no? Sono anche belle, di cosa ti vergogni?’. Aveva ragione.

Ne I nuovi barbari venne diretta da Enzo G. Castellari, mito assoluto di Quentin Tarantino.
Enzo è una bravissima persona e I nuovi barbari un film non proprio indimenticabile. Ora dicono che è cult, che è speciale, che ha ispirato Tarantino, che è figo. Io guardavo a Blade Runner e ne I nuovi barbari non ci trovavo niente di particolarmente figo.

Qualcuno le ha rinfacciato i suoi inizi.
Ho tentato di scegliere e non l’ho mai fatto per soldi. Di ruoli ne ho indossati tanti, ho riso con un Celentano, che sul set di Segni particolari bellissimo ci invitava a cantare quando prendeva la chitarra in mano nelle pause, e interpretato una tossicomane vincendo il premio come miglior attrice al Festival di Valencia per Riflessi in un cielo scuro di Salvatore Maira. Ho lavorato con Mauro Bolognini e con il divino Sordi. Come tutti, ho fatto qualche sciocchezza e tante cose belle, di cui vado molto fiera, per abbattere il pregiudizio che mi ha sempre inseguita.

Memorie di Albertone?
Era un signore già anziano che occupava la scena come nessuno. Mi ricordo che muovendosi, riusciva a impallarci tutti regolarmente. Tonino Cervi, il regista, era disperato: ‘Spostati a destra, spostati a sinistra’. Noi, tranne Chistopher Lee, furibondo, eravamo in estasi. Nella villa di Formello, svegli dalle 4 del mattino per vestizione, trucco e parrucco, eravamo come ipnotizzati ad ascoltarlo vicino al camino nei momenti liberi. Ci parlava de Il Borghese piccolo piccolo di Monicelli. Raccontava che prima di arrivare a De Laurentiis, quando aveva portato il copione al primo produttore, aveva ricevuto sguardi di sufficienza: ‘Qui non fai ridere, che lo facciamo a fare?’. Una follia. Ma lei si ricorda che potenza in quel film? Che disperazione?

È il film che fece litigare Monicelli e Nanni Moretti sulla figura di Sordi.
Tra Sordi e Moretti – che lo dico a fare? – non c’è partita.

Lei non è molto diplomatica.
Amo la vita. Ho un carattere particolare. A volte il mio riserbo viene scambiato per arroganza.

Sul suo sito Roberto D’Agostino non l’ha trattata bene. Al fondatore di Dagospia le sue poesie dedicate a Susanna Camusso non erano piaciute. Sostenne che il suo soprannome fosse ‘Kagnakis’. Mi dispiace ma su Dagospia a dar retta alle invenzioni pseudo-lessicali di D’Agostino non finisco. Sulla Camusso scrissi una cosa ironica, un pezzo volontariamente provocatorio e goliardicamente un po’ coglione. Ma per capire l’ironia, è necessario possederla. Non basta dire di essere Carlo Magno, diceva Francesco Cossiga, per esserlo davvero.

Cossiga la chiamò a collaborare con l’Udr.
Mi chiamò al telefono per chiedermi una disponibilità e poi non lo fece più. Non c’era bisogno. Con il Presidente Emerito eravamo amici, ci frequentavamo.

Dopo un parere lusinghiero su Gianfranco Fini le affibbiarono l’etichetta di attrice di destra.
Non me la sono mai tolta. Ai tempi in cui Fini sdoganò An mi chiesero un’opinione e io dissi che l’oratoria non mi era dispiaciuta. Il giorno dopo mi trasformarono mio malgrado nella donna di destra dellospettacoloitaliano.Poi Fini iniziò a far da scendiletto a Berlusconi e alla compianta Patrizia Carrano, una cara amica volata via, dissi quel che pensavo. L’intervista uscì con un titolo preciso: ‘Non ti fidar di Fini’. Mi ero inimicata sinistra e destra in poco tempo. Ho sempre scelto e pensato con la mia testa. Non mi sono mai fatta guidare dalla convenienza. Ho navigato come i salmoni. E ormai so nuotare solo controcorrente. Se cercassi carri su cui salire plaudirei a Renzi. Mi astengo. E mi esprimo ovviamente come preferisco.

La sinistra cinefila?
Conformista, pesante, non di rado aggravata da intellettualismi soporiferi e canoni estetici in cui lo straccionismo assurge a sola unità di misura. Una volta andai a un provino scapigliata il giusto. Jeans, scarpa bassa, sciatteria diffusa. Mi ero dimenticata di togliere lo smalto rosso dalle unghie. Il regista mi soppesò e poi emise la sentenza: ‘Ma lei porta sempre lo smalto?’.

Cosa ha imparato in questi anni?
A coltivare una passione, a rincorrere la diversità , a scrivere, a trovare i miei lettori. Sa a chi ho fatto leggere il mio primo romanzo sull’ultimo amore di George Sand?

A chi?
A mio marito, Marco Merati Foscarini, che sopporta i viaggi, le ricerche, le occhiaie e il tempo rubato al nostro stare insieme, e alla portiera della mia casa di Milano, Adele. La vedevo sempre leggere Balzac e i russi e una sera le diedi il manoscritto. Il giorno dopo piangeva: ‘Ma Alexander muore?’.

Lei si è ritirata dalle scene a 45 anni e ha iniziato da zero un nuovo percorso. Due libri: Sei così mia quando dormi e L’amante di Goebbels e un premio importante in cui le è capitato di superare Baricco e Faletti. Dobbiamo stupirci?
Cosa c’è di bizzarro nel crescere? Cosa c’è di anomalo se decidi di smetterla di interpretare una parte del tutto e decidi di guidare tu il racconto in prima persona? Quando sonos stanca dopo una ricerca, quando sono felice dopo aver scritto o aver ritrovato un angolo delle biografie che tanto mi appassionano, non mi do risposte ma avverto soddisfazione. Emozione.

Oltre i premi e gli elogi sul Corriere della Sera di Roncone o di Cazzullo, cosa c’è?
Ci sono io. C’è il mio impegno a non tradirmi. Ci sono le cose che ho compreso con il passare degli anni.

Quali?
Che per quanto sia difficile da credere, è possibile anche che un padre non ti ami. Il mio non c’è stato e da bambina, come tutti i ragazzini che vedono poco i genitori, ho metabolizzato l’assenza cercando la forza in me stessa. Camminavo sbattendo i piedi a terra e facevo rumore. Per anni mi sono chiesta ‘come mai?’. Poi ho smesso di domandarmelo e me ne sono fatta una ragione. Quelli che vanno da Maria De Filippi a cercare riconciliazioni all’ombra della telecamera inseguendo il padre che non li ha voluti vedere per trent’anni, vanno oltre il mio confine.

Dove vanno?
In un equivoco che non voglio frequentare. Non li capisco e non li capirò mai.