Provare a analizzare i trend musicali partendo dalle canzoni presentate a Sanremo è un po’ come pensare di predire l’evoluzione degli schemi e delle tattiche nel gioco del calcio, tipo quella che ha portato dal calcio totale dell’Olanda di Crujiff e del colonnello Lebanovsky al calcio di Sacchi, fino a quello di Guardiola, guardando l’ultimo derby di Milano. Uno sa che il Festival non rappresenta più l’attualità da quando gente come Il Volo aveva ragion d’essere, e visto che il redattore di questo articolo ha solo quarantacinque anni parla per sentito dire. Se negli ultimi anni i talent sono diventati l’ancora di salvezza della discografia, il luogo dove riporre tutte le proprie aspettative, pronte a essere poi inesorabilmente frustrate, e la presenza sul palco di Sanremo di Annalisa, Chiara, Fragola, Dear Jack, Moreno, Nigiotti e Amara (sicuramente mi sarò dimenticato qualcuno) lo attesta, il Festival di Sanremo è diventata la riunione annuale della Alcolisti Anonimi. Tutti lì a guardarsi in faccia, a raccontarsi come ci sono caduti, a farsi coraggio a vicenda e appuntamento alla prossima volta.

Quest’anno, però, le cose potrebbero andare diversamente, e questa più che una minaccia deve suonare come un augurio. Le canzoni in gara sono state venti, diventate poi sedici con la legittima eliminazione di tre delle quattro canzoni peggiori, Lara Fabian, Anna Tatangelo e Biggio e Mandelli, e l’ingiusta eliminazione del gigantesco Raf, sul palco nonostante una brutta bronchite e comunque con un brano più che meritevole. Manca all’appello quella di Bianca Atzei, che forse non è stata eliminata perché nessuno ha capito che poteva farlo, essendo lei, misteriosamente, una dei Big. Tra queste venti canzoni, comunque, tre stanno uscendo in maniera prodigiosa, al punto da aver relegato, almeno stando a quanto si vede dalla rete e anche dalle tanto decantate radio. Parlo di Nek, in qualche modo vincitore morale della competizione, Irene Grandi e Marco Masini. Come dire, il ritorno degli anni Novanta. Le loro tre canzoni funzionano, usando un brutto termine tecnico, che poco si addice in realtà a una cosa poco concreta come la musica. Nek ha portato un brano alla Nek rivisitato in chiave moderna, e per capirlo, lo confesso, lo si è dovuto ascoltare nella versione del disco, molto meno orchestrale e con suoni più contemporanei. Un brano che ambisce a diventare un tormentone, e che in qualche modo già lo è. Irene Grandi, nota un tempo come la rockettara impertinente ha invece portato sul palco un brano intenso ma lento. Una ballata avvolgente, che le da modo di tirare fuori dei colori della sua voce solitamente rimasti nel cassetto. Un brano che si sta muovendo bene, anche se per questioni meramente di BPM, destinato a entrare meno nelle nostre vite in maniera indotta. Per ultimo c’è Masini, autore insieme a Federica Camba e Daniele Coro, due che ai ragazzi dei talente hanno dato tantissimi dei loro successi, di quella che è la canzone migliore del festival, Che giorno è. Un brano che suona alla Masini dei tempi d’oro al cento per cento, con in più una carica positiva, un’apertura, una ariosità del tutto inedita nel repertorio del cantautore toscano.

Nel mazzo dei 90s ci si potrebbe infilare, senza fare forzature, anche Gianluca Grignani, autore di un bel brano che però non ha saputo ben interpretare per questioni di afonia, e Alex Britti, che invece ha presentato una canzoncina scialba, che però non ha saputo ben interpretare per questioni di afonia, ma a questo punto il revival verrebbe in qualche modo messo in discussione. Nonostante la vittoria annunciata de Il Volo sono Nek, la Grandi e Masini a portare a casa il risultato migliore. Bravo Carlo Conti che li ha chiamati. Quando ci vuole ci vuole.