E a un certo punto, durante la lunga chiacchierata nello studio abitazione di Milano, nel cuore dell’ex quartiere operaio di Lambrate, abbiamo chiesto a Luigi Serafini se non avesse voglia di leggerci un brano del suo Codex Seraphinianus. Una delle tante fitte glosse composte nell’alfabeto ignoto che accompagna i disegni di questo libro d’ore senza fine e senza fini, questo libro in evoluzione perenne che spazia dalla zoologia alla botanica, alla mineralogia all’etnografia, alla… Una premonizione del web prima del web, oppure l’ultima reincarnazione dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, a seconda da quale prospettiva lo si vuole guardare. Il codice postleonardesco di un mondo immaginario, ma non inesistente. Che anzi, proclama a gran voce l’esistenza dell’immaginazione.

Fin dal suo primo apparire, nel 1981, il Codex è diventato un oggetto di culto e 33 anni dopo Serafini ci mostra serafico la prima edizione in due volumi edita da Franco Maria Ricci a cui i collezionisti danno la caccia (“purtroppo me ne sono rimaste solo tre copie”) e poi via via tutte le altre, ultime arrivate quella russa e quella cinese. Dove a cambiare è quasi solo la copertina visto che le didascalie sono scritte sempre nello stesso linguaggio immaginario.
E allora, a un certo punto gli abbiamo chiesto di leggerci anche solo poche righe. Magari avremmo scoperto che c’è una chiave per decodificare quel linguaggio, come qualcuno ha sostenuto. In quel caso, chi meglio di lui avrebbe potuto dimostrarcelo? “E invece” , ci ha detto Serafini con il garbo che non lo abbandona nemmeno nei dinieghi, “e invece io sono l’unico che non può leggere il Codex, perché io solo ho la certezza che non esiste alcuna chiave”.

Il Codex si guarda ma non si legge, o forse è impossibile separare la lettura dalla visione. Chi si ricorda, una volta svegli, che cosa ci è stato detto in sogno? In sogno le voci non hanno suono. Poi, per una di quelle coincidenze in cui Luigi Serafini inciampa di continuo senza volerlo –perché solo senza volerlo si è davvero degli artisti-, da Borromini a Fellini, a Magalli, alla Lambretta (che si chiama così perché si produceva a Lambrate), siamo finiti su Giovanni Pascoli. Un poeta in fuga verso il suono puro, come il bimbo si rifugia nel grembo della mamma. Serafini racconta di avere iniziato a lavorare al Codex in preda alla nostalgia di quando sfogliava i libri da bambino e guardava incantato le figure, e anche l’alfabeto per era solo un insieme di figure. Il Codex si guarda, si sfoglia ma non si legge, come un ritorno all’infanzia. In origine tutti i libri erano magici, adesso quelli che si ricordano di esserlo, e lo ricordano anche a noi, sono rarissimi. La cosa migliore è aprirlo a caso per abbandonarsi alle descrizioni di quel mondo immaginario ma esistente, oppure trarne degli auspici, come con I Ching, il Libro dei Mutamenti, o con Le metamorfosi di Ovidio: “Noi cambiamo comunque, la vita è mutazione. Quando siete arrivati? due ore fa. Da quel momento, siamo già cambiati. E anche ora stiamo cambiando”

Video di Alessandro Madron