La stanza dell’hotel milanese scelta per l’intervista è luminosa e raccolta, silenziosa a dispetto dell’affaccio sulla trafficata Piazza della Repubblica. Nella camera 404, come annunciato dalla reception, arriva il “signor Bosé” seguito dal suo staff e dal responsabile della casa discografica che non assisteranno alle riprese video per “evitare di distrarre” il suo sguardo.

Miguel Bosé, nato a Panama, “poeta del ‘56”, è uno che ha vissuto molte vite in una sola: cantante con venti dischi all’attivo per milioni di copie vendute nel mondo, attore in più di trenta film, svariate esperienze televisive (ultima quella come direttore artistico nel talent show di Maria de Filippi), quattro figli avuti in età adulta, un’infanzia trascorsa accanto a grandi artisti, come Hemingway e Picasso: “Pablo amava molto avere bambini intorno e spesso, quando lavorava, teneva me e i suoi figli con sé – racconta entusiasta proprio a proposito del rapporto con il grande pittore – Quando gli chiedevano come gli sarebbe piaciuto dipingere lui, che era nato “accademicamente perfetto”, rispondeva “come un bambino!” e forse per questo gli piaceva vederci disegnare. Qualche volta ci lasciava aggiungere una pennellata color verde chiaro o rosa “chicca soave” a un suo quadro: erano semplici tratti messi nell’angolo in basso, nel punto in cui spesso poi metteva la sua firma. Era un gioco fra noi, una complicità”. Sorride Bosé, ricordando quell’infanzia in cui l’arte era di casa.
E si appassiona parlando di attivismo e del suo interesse per l’attualità politica.

Tuta, babbucce e kajal nero a sottolineare gli occhi verdi, di aneddoti straordinari da raccontare Bosé deve averne a decine, con questo parterre de rois di amici di famiglia. Figlio del torero Dominguin e dell’attrice Lucia Bosé, è stato cresciuto da “una persona incaricata della sua educazione”: “Mio padre lo vedevo poco, l’ho conosciuto e frequentato negli ultimi vent’anni. Ho avuto molta disciplina ma non direttamente dai miei genitori, che spesso erano fuori casa”.
Oggi, cerca di trasmettere lo stesso rigore ai suoi quattro figli, due coppie di gemelli, Diego e Tadeo, Ivo e Telmo: “Sono un padre amoroso ma severo perché credo che i bambini trovino molta sicurezza laddove percepiscono autorità”.

Bosé parla con la disinvoltura di chi rilascia interviste da una vita. È cordiale e i suoi occhi mantengono con grazia magistrale un’illusione di eterna giovinezza: il “Super Superman” panamense descrive il suo ultimo lavoro, Amo, come l’album “più positivo, luminoso e solare fatto in carriera”. “Forse perché – aggiunge – siamo circondati da cose talmente negative che ho sentito la necessità di dare sollievo”.

Solare e positivo, “Amo”, ma con una forte denuncia contro la classe politica affidata al brano “Si se puede” il cui testo non lascia spazio a dubbi sul pensiero che il cantante rivolge a chi governa: “Sparano al cieco giusto in mezzo agli occhi e rubano la sedia al malato e allo zoppo. Mentono tutti i giorni, non rispettano neppure una promessa”. Il titolo del pezzo è lo slogan del movimento spagnolo Podemos: “C’è qualcosa in comune ma non mi sono mai schierato – dice, quasi difendendosi – La mia canzone è stata scritta prima. Certo, credo che il discorso portato avanti da questo movimento riguardi tutta la cittadinanza di buon senso perché è importante voler tornare al punto in cui le cose, per il cittadino, funzionavano. Avevamo un sistema sanitario esemplare, un sistema pensionistico più che dignitoso, un’educazione pubblica ottima e questo governo ha mandato tutto in merda. Non do il mio appoggio a Podemos perché so che quando arriverà al potere verrà fagocitato”. Inutile chiedergli se intraveda somiglianze con il Movimento 5 Stelle: “Non ne so abbastanza. Non so se tra i 5 Stelle e Podemos ci siano contatti”. E in effetti al momento, il movimento spagnolo non sembra particolarmente sensibile ai complimenti dei parlamentari pentastellati. “I partiti politici ci affascinano prima del voto ma una volta che l’hanno ottenuto il cittadino viene completamente dimenticato”.

Un attivista disincantato, così si definisce Miguel Bosé: “Ho le mie idee politiche, che sono idee di sinistra e attiviste, ma non credo più nel sistema. Mi ero iscritto al partito radicale di Marco Pannella e Emma Bonino quando era una forza extra parlamentare: nel momento in cui hanno avuto qualche seggio in Parlamento tutto è imploso”. La Bonino continua, però, ad avere la sua stima, tanto che l’avrebbe vista bene al Quirinale: “Emma ha il mio voto. In generale, sarebbe stato bello che una donna arrivasse alla Presidenza della Repubblica, qui in Italia: questo sistema maschilista lascia ancora troppo poco spazio alle donne”.

La mezz’ora concessa per l’intervista dall’ufficio stampa trascorre molto velocemente ma Bosé si concede volentieri a qualche domanda in più. È a suo agio mentre parla di politica, di musica, di vita e di lavoro davanti a una telecamera che sembra non notare e s’illumina quando gli si chiede del premio come Person of the Year che la Latin Academy of Recording Arts & Science gli ha conferito nel 2013 per il suo impegno sociale contro la povertà e l’Aids: “E’ un riconoscimento unico perché premia sia l’artista che il cittadino e ti fa passare in qualche modo alla storia, tra i grandi. Per far parte di questa storia, il “cittadino Miguel” si muove su un fronte molto ampio: ho una fondazione con Juanes e lavoriamo affinché la pace sia dichiarata un diritto umano universale, ogni anno organizzo un galà a Barcellona per raccogliere fondi contro l’Aids e apro scuole per le comunità indigene. Ovviamente è importante che poi Miguel si serva di Bosé per mediatizzare tutte queste cose… altrimenti, a cosa serve l’artista?”.