Il destino del governo Tsipras si decide in 30 giorni: il 28 febbraio sarà chiaro se Syriza ha intenzione di fare sul serio con l’Europa, anche a rischio di spingere la Grecia verso un default e verso l’uscita dall’euro. E si capirà se quella di Antonis Samaras e di Nuova Democrazia è stata una sconfitta elettorale o un’abile ritirata tattica per distruggere la credibilità del giovane leader radicale greco.

Il programma economico europeo di Syriza si compone di due parti fondamentali: una conferenza per ridurre il debito pubblico, arrivato al 175 per cento del Pil, e ribellarsi alle richieste della Troika, il trio di istituzioni (Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Bce) che vigilano sullo scambio tra aiuti finanziari e riforme per rendere l’economia competitiva (e, in teoria, in grado di rimborsare i prestiti).

L’idea della conferenza sul debito per ora non raccoglie grandi entusiasmi: il ministro delle Finanze di un altro Paese che ha avuto la Troika, l’irlandese Michael Noonan, da Bruxelles ha detto che “il problema è la sostenibilità del debito non la cancellazione”. Noonan, che non vuole mettere a rischio i miliardi prestati dall’Irlanda alla Grecia, è favorevole a una rinegoziazione dei termini dei prestiti – scadenze, interessi, condizioni ecc. – ma non a una cancellazione di parte delle somme. Si è parlato anche di questo, ieri all’Eurogruppo, la riunione dei ministri economici dell’eurozona a Bruxelles. Ma soprattutto si è parlato dei rapporti tra la Grecia e la Troika.

Dopo quasi cinque anni e 240 miliardi di prestiti straordinari erogati, tra Fmi, fondi salva Stati europei e prestiti bilaterali dai governi (Italia inclusa), il 28 febbraio la Grecia dovrebbe liberarsi del giogo della Troika. Non per merito di Tsipras, ma perché così era già previsto. Anzi: l’esame finale con erogazione degli ultimi 1, 8 miliardi di euro di prestiti era fissato a dicembre.

Poi è scoppiata la crisi politica: il governo guidato dal premier di centrodestra Samaras e sostenuto dai socialisti del Pasok non è riuscito a eleggere il presidente della Repubblica e questo, per la legge greca, determina elezioni anticipate, con Tsipras che fremeva per trasformare i sondaggi positivi in seggi. Il 19 dicembre scorso, quindi, il fondo Salva stati Efsf (la versione iniziale, poi inglobata nell’Esm) ha concesso un rinvio dell’esame finale della Troika, dal 31 dicembre al 28 febbraio.

Lo schema delineato dai funzionari di Bruxelles e dai loro omologhi del Fmi a Washington era questo: a fine febbraio la Troika esamina le riforme, la Grecia non rischia la bocciatura perché sta facendo molto soprattutto su fisco e riduzione del numero di statali, dopo la “promozione” arrivano gli ultimi 1, 8 miliardi e soprattutto viene confermato il sostegno da 10,9 miliardi al Fondo Ellenico di Stabilità (Hfsf) che deve intervenire in caso di cresi bancaria.

Da febbraio a giugno la Grecia si prepara a tornare sul mercato dei capitali in autonomia, cioè a emettere debito senza più il sostegno europeo. Secondo i calcoli degli analisti e di Bruxelles, però, la Grecia non può farcela completamente da sola: i suoi titoli a dieci anni oggi sul mercato hanno un tasso di interesse da strozzinaggio, 9, 1 per cento. Ci sarebbe quindi bisogno di quella che si chiama Linea di credito rafforzata, (Eccl) fornita dal fondo Salva Stati Esm. Che, manco a dirlo, presuppone impegni da parte del Paese beneficiario, un nuovo accordo tipo quello che oggi c’è con la Troika. Proprio per liberarsi da ogni vincolo, quando l’Irlanda a dicembre 2013 ha congedato la Troika ha rifiutato questa linea di credito. Ma poteva permetterselo: oggi il rendimento dei titoli decennali di Dublino è 1, 2 per cento, quasi dieci volte meno degli omologhi greci.

Con il suo discorso della vittoria, Alexis Tsipras ha confermato di voler far saltare questo schema: “Il popolo greco oggi annulla il memorandum dell’austerità e mette la Troika nel passato”, ha urlato il leader di Syriza domenica sera dal palco davanti all’università.

Ma cancellare il memorandum e applicare da subito politiche opposte a quelle concordate dalla Troika non è senza conseguenze: significa che a febbraio non ci sarà nessuna erogazione degli 1, 8 miliardi mancanti, che le banche greche non avranno più la rete di protezione europea da 10, 9 miliardi, e questo potrebbe innescare una fuga di capitali (come quella che si è vista prima del voto) e perfino una corsa agli sportelli da parte dei cittadini greci, che sempre più preferiscono tenere i contanti sotto il materasso.

Non solo: sottrarsi a ogni sorveglianza europea significa spingere la Grecia sul mercato senza la linea di credito dell’Esm. E come fa un Paese che ha un deficit previsto per il 2014 del 2, 8 per cento (e con le politiche di Syriza potrebbe aumentarlo parecchio) a pagare interessi al 9 per cento sul debito di nuova emissione? In caso di guai – cioè di mancanza di credito – la Bce non potrebbe intervenire se la Grecia si rifiuta di prendere impegni vincolanti. Tsipras ha soltanto due possibilità: o scende a compromessi, si sottopone all’esame della Troika e a quello dell’Esm, magari rivedendo un po’ le condizioni. Oppure resta coerente col suo programma elettorale, sapendo che può spingere la Grecia verso il default.

“Nei giorni drammatici del 2012 non pensavo che la Grecia potesse uscire dall’euro, oggi non posso più escluderlo”, dice un funzionario europeo. Samaras resta a guardare. Sapendo che, comunque vada, sarà Syriza a pagare il prezzo politico.

il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2015

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