Stop alla tregua tra Siria e Israele, dopo i due razzi lanciati, il 18 gennaio, da elicotteri di Tel Aviv dalle alture del Golan verso il sud del Paese del presidente Bashar al-Assad. L’attacco militare dello Stato ebraico ha causato tra le 9 e le 11 vittime, tra cui 6 esponenti del partito sciita libanese Hezbollah, ma Damasco ha visto nell’operazione militare l’ennesimo affronto da parte del governo presieduto da Benjamin Netanyahu. Proprio il governo di Tel Aviv ha, per questo, deciso di aumentare le misure di sicurezza lungo il confine nord del Paese per possibili ritorsioni da parte di Hezbollah.

“Non è il primo attacco, ce ne sono stati altri che approfittano delle circostanze attuali in Siria. Ma dal primo di questi episodi abbiamo detto che la tregua con Israele è crollata e che tutte le opzioni sono aperte. Un altro attacco sarà considerato come un’aggressione contro l’asse della resistenza (Iran, Siria e Hezbollah, ndr) e ritorsioni potrebbero arrivare in qualsiasi momento”, ha dichiarato il ministro siriano per la Riconciliazione nazionale, Ali Haidar. Parole che suonano come un ultimatum, dopo che, negli ultimi mesi, la tensione tra i due Paesi era cresciuta. Il culmine si è toccato dopo le recenti dichiarazioni del leader del “Partito di Dio” libanese, Hassan Nasrallah, che ha dichiarato di vedere il suo gruppo armato forte e capace di affrontare il nemico storico Israele.

Proprio le parole del leader libanese potrebbero essere state la causa dell’azione militare israeliana che ha ucciso 6 appartenenti a Hezbollah, tra cui Jihad Mughnyeh, il figlio 21enne di uno dei comandanti storici del gruppo, Imad Mughniyeh. Il ragazzo, nonostante la giovanissima età, era considerato uno degli astri nascenti del movimento, tanto che si riteneva fosse il pupillo di Nasrallah, che gli aveva già permesso di comandare una brigata nel Golan siriano.

In caso di nuovi attacchi da parte di Tel Aviv, continua il ministro, la Siria non si limiterà a rispondere all’offensiva, ma “si muoverà anche verso la liberazione dei territori occupati da Israele”. Una situazione che potrebbe scatenare un nuovo conflitto con protagonista Israele. Le prospettive, se possibile, sono più preoccupanti di quelle che hanno portato all’operazione “Protective Edge“, quando a opporsi al governo di Tel Aviv c’erano solo i guerriglieri di Hamas: ora le forze in campo sono di più, con i miliziani di Hezbollah e i militari di Damasco pronti a supportare i combattenti palestinesi.

Il clima di tensione che si è creato preoccupa il governo israeliano, tanto che da Tel Aviv hanno deciso di aumentare le misure di sicurezza sul confine settentrionale, con il dispiegamento, riporta Arabic Sky News, del sistema antimissili Iron Dome e la chiusura dello spazio aereo sopra le alture del Golan. Non arrivano, per il momento, conferme ufficiali da parte delle Forze di Difesa israeliane (Idf), ma un ufficiale ha confermato all’agenzia di stampa Xinhua che il premier Benjamin Netanyahu ha convocato per martedì un incontro del suo Gabinetto di sicurezza per discutere di potenziali sviluppi nell’area.