Doveva essere il suo ultimo viaggio, poi il suo contratto di lavoro di un mese sarebbe scaduto. Comincia a Igoumenitsa la sfortuna di Carmine Balzano, uno dei tre autotrasporti napoletani conteggiati tra le vittime del naufragio della Norman Atlantic. Era arrivato tardi all’imbarco nel porto greco, assieme ai colleghi Michele Liccardo e Giovanni Rinaldi. Nessuna possibilità per loro di salire a bordo del traghetto per Brindisi, come aveva fatto poco prima un quarto dipendente della Eurofish, azienda di Volla, in provincia di Napoli

Come gli altri, Carmine in Grecia era giunto in aereo il giorno prima, per recuperare il camion fatto salpare vuoto alla vigilia di Natale.
Ha atteso la nave per Ancona, si è messo in fila con il suo tir carico di pesce, l’ha stivato nel garage e poi via, via verso casa, per l’Adriatico.
“Aveva chiesto se c’era possibilità di racimolare qualcosa durante queste festività. Aveva una patente speciale per mezzi pesanti, aveva lavorato diverso tempo per una ditta di trasporti, poi è subentrata la cassa integrazione. E poi un anno senza sussidi. È tornato in carreggiata solo per questo mese. Non abbiamo notizie di lui da ieri mattina. E l’unica certezza che ci ha dato la Procura è che il suo nome non è presente negli elenchi dei sopravvissuti“.

Il cognato Enzo Spina (nella foto) è a Bari da questa notte assieme ad altri due parenti. È da poco terminata la conferenza del procuratore Giuseppe Volpe, negli uffici di fronte, e lui attende ancora notizie certe nella sala d’attesa della Capitaneria di Porto. C’è un’ambulanza del 118, qualcuno accusa un malore, i paramedici controllano la pressione ad una donna. Sono circa venticinque i familiari che dalla Campania, nelle scorse ore, hanno raggiunto il capoluogo pugliese. Sono tutti radunati qui, al caldo. Fuori, qualche fiocco di neve e un cielo grigio fumo fanno il paio con l’angoscia evidente.

“Ha 57 anni Carmine. Una vita nei Quartieri spagnoli, due figli ventenni lì, il più grande in Germania, da dove sta tornando assieme allo zio”. Enzo di lui parla al presente: “Noi siamo quasi certi che non è suo il corpo in arrivo a Brindisi con la nave San Giorgio. Ci hanno chiesto di riconoscerlo informalmente attraverso la foto che la Marina ci ha inviato. Al 90 per cento non coincide, al contrario di quelle delle altre due salme. L’immagine mostra un uomo con i capelli neri, forse un baffo che però potrebbe essere anche una tumefazione, una catenina al collo con una croce. Carmine ha i capelli bianchi, non ha baffi e non ha mai portato collanine di quel tipo, anche perché è evangelista“.

L’aspettativa di ritrovarlo in vita, però, si fa man mano miraggio e l’ipotesi che sia a bordo del natante che trasporta altri naufraghi in Grecia non sembra plausibile. “Ci avrebbe telefonato – riflette Enzo -. Mio cognato ha chiamato sua moglie quando era a bordo della zattera. Le ha raccontato delle fiamme alte sul traghetto, della paura. Lui e i suoi colleghi sono stati tra i primi a essere soccorsi. Ma la buona sorte si è trasformata in disgrazia. Erano terminate le scialuppe. Li hanno fatti salire su un salvagente collettivo, di quelli gonfiabili. Erano solo loro tre. Gli altri due colleghi hanno parlato per un’ora e mezza al telefono con i titolari dell’azienda, Pietro e Marco, tra l’altro loro parenti. Poi, più nulla. Abbiamo saputo che è la loro la zattera che le onde hanno travolto”.

Si ferma a questo punto il racconto. Lascia il posto alle lacrime e all’attesa. Quella per una telefonata a cui sono aggrappate le ultime speranze o quella per il riconoscimento ufficiale della salma che da Brindisi sarà trasportata in serata nel reparto di medicina legale del Policlinico di Bari.