Dai commenti al mio post precedente sul successo di Podemos era emersa una certa curiosità per le somiglianze (e le differenze) tra il neonato partito spagnolo e il M5S. In realtà, già da prima avevo avvertito la necessità di un paragone: incalzato dal febbrile entusiasmo che gli manifestavo al riguardo, tempo fa avevo convinto un amico ad accompagnarmi a un evento organizzato dal circolo Podemos di Londra. “Ma questi sono come i 5 Stelle!”, aveva sentenziato in un primo momento, salvo poi ricredersi sulla scorta di nuovi elementi. A ben vedere infatti, le divergenze tra i due soggetti politici non sono meno significative delle convergenze.

Di primo acchito, l’accostamento è scontato. Entrambe sono formazioni che hanno gettato nello scompiglio sistemi politici consolidati, a dispetto dei sermoni dei notisti della stampa “perbene” che ne escludevano a priori la possibilità. Vengono così di fatto scardinate nozioni sedimentate come l’esistenza dei “moderati”, la necessità di convergere verso il centro e altri obbrobri intellettuali di questo genere. Il fenomeno è reso possibile da un’accumulazione senza precedenti di contraddizioni politiche ed economiche, ma soprattutto dalla chiarezza di una strategia che rifugge qualsiasi alleanza, da cui deriva la somiglianza tra le retoriche delle due forze politiche. La degenerazione delle istituzioni e l’acuirsi della precarizzazione –non solo del lavoro, ma della vita stessa- aprono quindi un varco, accessibile però solo a chi evita con astuzia semiotica di farsi confinare nell’angolino delle bandiere ormai sgualcite. Da qui l’appello al popolo, ai cittadini, ad un insieme molto più ampio dei soggetti tradizionalmente investiti dalla responsabilità di trasformare la società.

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È il populismo, la divisione della società in due campi, la semplificazione della rappresentazione politica. A che scopo? L’obiettivo è di ammantare il proprio discorso di una carica emotiva, una tensione passionale –vero e proprio tabù per una sinistra razionalista-, la quale trova sbocco nella figura del leader. Iglesias e Grillo: due personaggi distinti, ma entrambi simboli presso cui convergono frustrazioni, domande sociali, ambizioni di vita disattese.

Fino a qui le somiglianze. Per studiare le divergenze, invece, bisognerebbe partire dall‘orientamento ideologico: chiaramente votato all’emancipazione quello di Podemos, ambiguo quello del M5S. Per il secondo d’altronde, hanno il loro peso l’alleanza con quel mix di liberismo sfrenato e razzismo impune rappresentato da Nigel Farage, i cupi punti di riferimento di alcuni dei suoi dirigenti (ve le ricordate le esternazioni di Roberta Lombardi sul fascismo?) e la duplicità dimostrata su temi come l’immigrazione. Podemos poi va oltre la pur valida, ma insufficiente invettiva nei confronti della classe politica: per gli spagnoli, la casta è un termine che incrimina non solamente politici allo sbando, ma anche le élite economiche e, per estensione, un sistema –quello neoliberista– intollerabilmente iniquo, pur senza sconfinare in un discorso anticapitalista che risulterebbe inverosimile ai più. Un impianto teorico ben più ragionato e coerente rispetto alle slegate sortite grilline.

Ma i grillini assicurano che il clou dell’evento sarà sabato 11 ottobre

Questo aspetto si riflette sull’organizzazione interna. I quadri di Podemos non solo sono stati eletti democraticamente attraverso un processo di primarie interne, ma dimostrano anche una caratura politica e intellettuale spesso sconosciuta ai cittadini pentastellati. Il M5S ha sì svolto le primarie per stabilire le candidature parlamentari, ma questo non ha reso chiarezza sulle gerarchie interne: una confusione necessaria a garantire a Grillo e Casaleggio di rimanere padroni del movimento, salvo poi designare i propri eredi in perfetto stile satrapico. Un’ulteriore differenza è dettata dalla scelta della cassa di risonanza: mentre i grillini si sono fermati al web –che Podemos non ignora, facendo uso di piattaforme di deliberazione democratica di cui nel M5S neanche l’ombra-, il segreto degli spagnoli è stato quello di presidiare il fronte comunicativo storicamente lasciato scoperto dalla sinistra: la televisione, dapprima amatorialmente attraverso l’esperienza de La Tuerka, poi occupando via via tutti gli spazi offerti.

Come appare sempre più evidente, tali limiti hanno reso il M5S inoffensivo nel medio periodo, trasformandolo in una paradossale forza verticistica imperniata su una rivendicazione etica, a cui ormai si riferiscono con bonaria accettazione persino coloro che fino a ieri se ne sentivano minacciati. L’addomesticamento è compiuto: il M5S è ora un movimento da percentuali che non destano preoccupazione, mentre la sua incapacità di sviluppare ragionamenti più ampi e destabilizzanti per le élite politiche, ma soprattutto economiche, lo rende un semplice supplemento moralizzatore del Pd. Un Podemos italiano è più che mai necessario.