La forza attrattiva di un candidato si pone di fronte a tre livelli di crescente difficoltà: convinci i tuoi, convinci gli indecisi, convinci gli avversari.

Basta questo semplice assunto per valutare il disastro delle elezioni regionali di domenica scorsa, specie in Emilia-Romagna. Sì, disastro, a prescindere dal vincitore. Quando vota poco più di un terzo dell’elettorato, non si può cantar vittoria. Con il 37,67% dei votanti rispetto al 68,06% delle precedenti regionali, i candidati non solo non hanno convinto gli indecisi, ma non hanno convinto nemmeno quelli che erano i propri sostenitori. Il risultato isola gli eletti dalla società civile, non per un proclama antipolitico, ma perché, dati alla mano, rappresentano poco più di un terzo dell’elettorato. L’affluenza al voto è andata un po’ meglio in Calabria con il 44,07%.

Matteo Renzi ha dichiarato che l’astensionismo è secondario e che, da quando c’è lui, le vittorie alle regionali segnano un 5 a 0 a sua favore, non fosse che il cittadino – elettore è il perno centrale del sistema democratico, è il soggetto imprescindibile per misurare il consenso. La crescente partecipazione degli individui ai destini della cosa pubblica è connaturata al lungo e contraddittorio processo di modernizzazione, avviatosi sul finire del XIX secolo con l’avvento della società di massa.

La regressione dalla socializzazione politica è un pessimo segnale perché atomizza gli individui, li rende isolati, li lascia in balia di chi comanda. I vincitori, infatti, concentrano il loro potere, ma al contempo un brusco calo del consenso sociale (perché è questo che avviene con l’astensionismo), sgretola i meccanismi che tengono unite le comunità.

Non è una domanda retorica chiedersi se i fondamenti della democrazia sono più forti oggi con il 36,67% dei votanti o se lo erano in misura maggiore nel giugno 1970 quando alle regionali in Emilia-Romagna votò il 96%.

In questa regione dinanzi allo scandalo sui rimborsi spese dei consiglieri che ha coinvolto tutte le forze politiche, i risultati ci dicono che i partiti non sono riusciti a dare risposte credibili, finendo in uno stato di manifesta inferiorità. Lo scandalo rimborsi si associa a una perdita della qualità della vita (meno tutele sociali, meno trasporto pubblico, meno manutenzione della rete viaria, segnali di declino del sistema sanitario) alla quale corrisponde un crescente livello di tassazione, a maggior ragione percepito come ingiusto.

Inoltre, la gestione del potere è apparsa affogata in meccanismi decisionali poco trasparenti o politicamente inopportuni. Si è votato a causa delle dimissioni del governatore Vasco Errani, condannato nello scorso luglio nel processo di secondo grado per falso ideologico. In particolare, i giudici hanno ritenuto che il governatore abbia influenzato la scrittura di una relazione, ritenuta mendace, su un finanziamento alla cooperativa del fratello che ha ricevuto un milione di euro. Potrebbe anche essere che Errani venga assolto dalla Cassazione, ma resta l’inopportunità politica di quel finanziamento.

Dopo questi episodi ci si appella a un completo ricambio dei candidati, una misura che, da sola, è insufficiente. Fra l’altro, nel Pd, il sistema delle primarie si è dimostrato inefficace, se queste vengono disertate. Sono soprattutto i meccanismi decisionali che devono essere rivisti. Nell’attuale fase, e certo non da oggi, la classe politica ha preferito trovare riparo nell’idea dell’uomo solo al comando, del demiurgo risolutore, del leader carismatico desertificando la partecipazione politica. Il ceto locale tende a essere proiezione del leader nazionale saltando il confronto con la base e la società civile.

E’ sempre più lontana l’idea di una democrazia partecipata che deve partire dalla tutela del bene comune e dei beni comuni. All’indignazione per gli sprechi deve seguire il percorso di ricostruzione dei meccanismi decisionali basati sulla trasparenza e rifuggendo da clientele e personalismi.

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