C’era una volta un estroso ragazzo brianzolo, nemmeno ventenne, cresciuto a pane e musica, tra new wave e echi del glam rock degli anni Settanta, che nel 1991 fonda una delle band più interessanti del panorama musicale di quel periodo. Il ragazzo si chiama Marco Castoldi, in arte Morgan, e la band sono i Bluvertigo. Sperimentazioni elettroniche, approccio alla musica decisamente poco italiano e innegabile talento compositivo, lanciano i Bluvertigo nel 1994, con il singolo Iodio (che poi farà parte del primo album Acidi e basi l’anno successivo), ed è tutto un fiorire di recensioni entusiastiche per quei ragazzi così diversi dai classici cantanti e musicisti di casa nostra.

Nel 1997, con Metallo non metallo, arriva la consacrazione anche sul fronte commerciale: più di 100mila copie vendute, singoli come Fuori dal tempo che diventano addirittura hit radiofoniche, la critica che si spella le mani e quasi non crede alle sue orecchie, visto che in Italia, di gruppi come i Bluvertigo, ce ne sono sempre stati pochi. La trilogia chimica si chiude nel 1999 con l’album Zero: altro successo commerciale, singoli come La crisi che diventano dei piccoli classici di questa vita tutta italiana al pop rock elettronico. Sembra tutto perfetto per i Bluvertigo, ma non lo è affatto. Dopo il Sanremo 2001 con L’Assenzio (ovviamente classificatasi all’ultimo posto, perché Sanremo è Sanremo e i gusti dell’Ariston sono i gusti dell’Ariston), la band va in sonno. Non si capisce bene se trattasi di scioglimento, congelamento o chissà cosa, ma è chiarissimo che Morgan, leader naturale con un evidente bisogno di appagare appetiti soliti, comincia a far da solo. 

Sono gli anni del rapporto tormentato con Asia Argento, della nascita della figlia Anna Lou, della costruzione mediatica (e per nulla ingiustificata) dell’aura di personaggio sopra le righe, che sarà pure cresciuto nella provincia brianzola, ma che ha voglia di vivere la musica con attorno tutto l’armamentario classico del cliché dell’artista maledetto. Nel 2003 esce il primo album da solista, Le canzoni dell’appartamento, forse l’ultima produzione degna di nota di un talento cristallino che via via è stato soffocato da un masochismo inquieto i cui effetti devastanti diventano attualità di questi giorni. Anche se il massimo della provocazione di quello che fu l’artista maledetto per eccellenza dell’Italia musica le a cavallo tra i due secoli oggi è l’abbandono in diretta di un talent show televisivo. Dopo Le canzoni dell’appartamento, di fatto il Morgan artista svanisce. Lui non sarebbe d’accordo, ovviamente, ma chi capisce un minimo di musica (e lo ha seguito sin dagli esordi) non può negare l’evidenza.

Nel 2008, dopo qualche anno di appannamento e di lavori decisamente più di nicchia, Morgan si reinventa personaggio televisivo, diventando giudice del nuovo talent X Factor, appena sbarcato in Italia su RaiDue. È lo spartiacque definitivo, la sua fortuna e paradossalmente anche la sua catastrofe. Da quel momento in poi, Marco Castoldi è “il giudice di XFactor”, il Re Mida dei talent: partecipa a sei delle prime sette edizioni e ne vince cinque, lanciando cantando talentuosi (da Noemi a Marco Mengoni, da Chiara Galiazzo a Michele Bravi). Per i ragazzi nati negli in cui in Bluvertigo conquistavano pubblico e critica, Morgan è solo il giudice di un talent, non più un cantante. Lui continua a produrre dischi, tentando di sfruttare la scia del successo nazionapopolare arrivato con la tv, ma i risultati non sono granché dal punto vista commerciale e, purtroppo per lui, neppure da quello artistico.

E se prima genio e sregolatezza potevano compensarsi a vicenda, adesso è tutto troppo sbilanciato sulla seconda dote. Nel 2010, il Nostro prova a rimettersi in gioco e vuole partecipare a Sanremo. Peccato che, a pochi giorni dall’inizio del Festival, un’intervista a Max fa saltare il banco: Morgan fa uso di crack (è lui stesso ad ammetterlo). Non per lo sballo, per carità, ma “per curare la depressione e aiutare la creatività”. Le polemiche lo travolgono, e non poteva essere altrimenti, e Morgan viene sbattuto fuori dalla gara. Inizia un periodo di ostracismo: niente quarta edizione di XFactor, diventa una sorta di innominato dello show business.

Ma Castoldi è l’uomo dei mille ritorni, dell’incostanza, delle marce indietro frettolose, delle piazzate in pubblico e delle scuse imbarazzate e imbarazzanti. Paga pegno, sta fermo un giro, ma già l’anno dopo torna a fare il giudice di XFactor, complice anche l’approdo del format a Sky, che non deve fare i conti con il moralismo peloso di casa Rai. Il resto è attualità: l’abbandono della settimana scorsa in diretta, la promessa che sarebbe stato “per sempre” e poi, complice la penale salatissima da pagare a Sky, l’ennesimo ritorno con la coda tra le gambe. E vederlo lì, costretto nei panni del bravo giudice, senza voler o poter partire per la tangente come ha sempre fatto, ha provocato nello spettatore una certa tristezza. Uno dei talenti più cristallini della musica italiana degli ultimi venti anni che rischia di perdersi definitivamente, imbrigliato tra limiti caratteriali evidenti e regole spietate e costose dello show business.

Paradossalmente, la lenta agonia dell’artista Morgan è colpa più della svolta nazionalpopolare televisiva che del suo stile di vita sregolato e poco salubre. Ma, d’altra parte, senza la notorietà da “giudice di talent”, forse sarebbe sparito dal giro che conta già da molti anni. E allora forse è vero che Morgan è un funambolo, sospeso sul filo sempre più esile della sua egotica personalità, del suo multipolarismo psicologico e artistico, costretto a frettolosi cambi di passo per non cadere giù e sparire per l’ennesima volta. Magari per sempre.