Negli ultimi giorni pare che i fanatici – palestinesi e israeliani – abbiano dimenticato quale pericolo una Terza Intifada porterebbe in Medio Oriente. Era necessario superare i danni umani ed economici causati dalla guerra di questa estate. Invece Gerusalemme, la città più santa ed esplosiva del mondo, diventa teatro di comportamenti che non hanno niente a che fare con la pace, le trattative, le soluzioni pacifiche e il rispetto verso la religione altrui.

Impiegare un’automobile per compiere una strage di civili in attesa del bus è frutto di chi pensa che incendiare il Medio Oriente possa giovare alla causa palestinese. Così come da parte israeliana, gli irriducibili considerano il diritto di pregare sulla Spianata delle Moschee come la cosa più importante della loro vita religiosa e spirituale, anche a rischio di innescare una Terza Intifada.

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Proprio il 7 novembre il rabbino capo di Israele ha dichiarato che voler salire sulla Spianata delle Moschee è un peccato gravissimo, addirittura mortale, per la religione ebraica, e non è possibile “che rabbini di terza categoria si mettano contro i saggi dell’ebraismo”.

Seguo questo conflitto da tanti anni e so che non pochi sono interessati a scatenare un ennesimo giro di violenza, e ora il rischio che la scelta di far cominciare la Terza Intifada proprio a Gerusalemme è reale. Abu Mazen, Netanyahu, il re di Giordania, la Lega Araba, ogni forza ragionevole in Medio Oriente e nel mondo devono intervenire perché il conflitto israeliano-palestinese non divenga una guerra di religione. Non uso la coppia di parole guerra-santa, perché nessuna guerra è santa. In nome della santità si possono compiere tanti crimini, ma tali rimangono.

I politici accusano spesso intellettuali e scrittori di non capire, di non conoscere la realtà dei conflitti, di criticare senza proporre mai una via d’uscita. Queste accuse, perlomeno nel caso israeliano, sono infondate. I miei illustri colleghi, Grossman, Oz, Yehoshua, non si sono mai stancati di proporre modelli alternativi a quelli del loro governo. Da parte palestinese non ho presente attività simili, ma forse è per mancanza di conoscenza approfondita degli intellettuali palestinesi che lottano per la pace.

Sabato 1 novembre ho partecipato a Tel Aviv al diciannovesimo anniversario dell’assassinio del primo ministro israeliano Itzhak Rabin. In questi diciannove anni le trattative di pace non hanno fatto alcun passo avanti. Quasi vent’anni sprecati senza risolvere uno dei conflitti più complessi del mondo moderno. Alla fine di questa commemorazione, Yuval Rabin, il figlio del ministro assassinato che non ha mai smesso di dialogare con gli arabi e con i palestinesi, ha ricordato al pubblico l’esistenza della proposta di pace della Lega Araba. In questo spazio limitato non potrò descrivere la proposta del mondo arabo a Israele, ma si tratta, in linea generale, del ritorno di Israele ai confini del 1967, della nascita di uno stato palestinese accanto a Israele, della divisione di Gerusalemme (città di fatto già divisa, come ci insegnano le ultime settimane, e anche i mesi). In cambio lo stato ebraico avrà il riconoscimento e l’accettazione della sua esistenza da decine di paesi arabi.

Ecco la proposta di un intellettuale realistico: il governo israeliano deve proporre ad Abu Mazen di trattare la fine del conflitto sulla base della proposta della Lega Araba. Non è un’iniziativa americana né europea. Nasce in Medio Oriente, richiede trattative tra nemici. In altre parole, è una via autentica per la pace in Medio Oriente.