E’ stato il paroliere di Mina, di Celentano e della Vanoni (incrociata in via Montenapoleone, capigliatura rosso incendiario, lineamenti tirati come pelle di tamburo. Ho riconosciuta Ornella solo dal barboncino che se la portava a passeggio). I suoi testi – da ‘L’importante è finire‘ ad ‘Ancora, ancora, ancora‘ – hanno scalato tutte le hit parade e ci hanno fatto sognare. Dunque che bisogno aveva Cristiano Malgioglio di mettersi a scalare pure la tv del trash? Io sono ‘Carne viva‘ (parafrasando un altro titolo superlativo), hai scritto una ventina di album, in Spagna e in America Latina sei una celebrity. Luchino Visconti ha usato i tuoi testi come sottofondo musicale per “Gruppo di famiglia in un interno“. E allora, perché mettersi a fare l’opinionista del nulla? Cosa direbbe Fabrizio De Andrè, il tuo scopritore? “Lo faccio solo per vendere più dischi. Questa crisi ci sta spolpando vivi. Io ho due anime, una da Faust goethiano e l’altra pura del cantautore”, confessa a denti stretti. Il tuo ultimo album, appena uscito, è veramente d’ispirazione: “La Bellezza” (ti ringrazio di averci risparmiato ormai il consueto aggettivo “grande”) con testimonial Maria Grazia Cucinotta e con un omaggio alla mia città ‘Una notte a Napoli’. E poi c’è quel brano “Grasso che cola” dedicato a Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere. Uno spasso.

Regola numero uno: mai rinnegare i maestri. Stimo Aldo Grasso e divoro le sue critiche. In pochi forse sanno che Grasso ha avuto un grande maestro: Gianfranco Bettetini, semiologo, regista, scrittore, docente universitario, insomma tra i più illustri mass-mediologi da quando è stato inventato il termine. Conosco un po’ Gianfranco, collega di mia madre anche lei professore di Tecniche di Comunicazione di Massa. Rimasto vedovo, se la voleva addirittura sposare. Non conosco, invece, i diverbi fra Grasso e Bettetini, fra discepolo e maestro, ma sicuramente avranno aggiunto sale alle loro conversazioni. Beh, Gianfranco ha avuto un serio malore ed è ricoverato in ospedale. E’ perfettamente lucido e credo che una visita di cortesia se l’aspetterebbe. Se la meriterebbe.

Anche io ho avuto un maestro: Massimo Fini. Ho scritto un libro scomodo “Il sacrificio di Eva Izsak“, di cui lui è stato un po’ padrino. Una verità volutamente insabbiata per 70 anni, da anime nere che, guarda caso, tratta di un caso di ferocia tra discepola e maestro. Ma la mia Eva, anche se spinta al suicidio dal suo pigmalione, fino all’ultimo non lo rinnegherà. All’uscita del libro, ho chiesto a Massimo il suo patrocinio intellettuale, me lo ha negato. Avrà avuto i suoi buoni motivi (a me ancora oscuri). Massimo, tra l’altro, è tra i pochissimi amici giornalisti che ho, che avevo, l’avrei voluto “strozzare” con le mie mani. In fondo quella di invecchiare bene è un’arte, sconosciuta ai più. Mi dispiace per il maestro.
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