Non uccidere in mio nome!

Sono passati tanti anni dalla tragedia dell’11 settembre: è evidente che qualcosa non ha funzionato bene, se oggi siamo tornati a parlare della guerra al terrorismo, e sarebbe opportuno per tutti noi fare un serio esame, anche di coscienza. Intanto sono cambiate tante cose: concetti, codici, strumenti e tecnologie, e il terrore bussa alle nostre porte attraverso gli innumerevoli mezzi di comunicazione.

Oggi una nuova guerra al terrorismo è stata dichiarata: non sto parlando della Coalizione guidata dal Presidente Obama, sostenuta dall’Europa e finanziata dai Paesi del Golfo, ma di una contro-guerra mediatica, a suon di cartelli, messaggi video, e slogan. A condurla sono proprio loro, i musulmani, paradossalmente principali vittime del terrorismo.

“Non in mio nome!” è una campagna nata in rete, che sta spopolando sui social network, lanciata dai giovani musulmani che mettendoci la faccia, dicono ‘no’ vanno al contrattacco e scelgono gli stessi mezzi utilizzati dai terroristi per seminare odio, violenza e terrore. L’obiettivo è liberare l’Islam dai suoi sequestratori. È chiaro che il terrorismo danneggia prima di tutto l’Islam e i musulmani stessi, ma più dell’immagine esterna, è in pericolo la percezione interna: quando un giovane che si professa musulmano vede questi crimini commessi dai terroristi dei gruppi armati, resta stordito e sconvolto, perché subisce un’aggressione quasi personale, alla sua identità. Tutto questo lo manda in crisi su diversi piani: la percezione di sé, la percezione degli altri, e, infine, la stessa percezione della realtà. 

C’e’ sempre grande differenza tra come vediamo noi stessi e come ci vedono gli altri: spesso non coincidono, ma in ogni caso dipendono l’una dall’altra. Senza nascondersi dietro un dito, c’è una forte divergenza tra una religione del ‘600 e la vita quotidiana. Infatti, l’interpretazione della religione islamica, quella più radicale ed estremista crea non pochi problemi sopratutto ai suoi fedeli, che in un certo senso vivono anche una contraddizione, tra i precetti della religione, con tutti gli obblighi e le rinunce prescritti, e la vita moderna, con tutte le sue sollecitazioni. 

Bisogna distinguere ovviamente tra la religione e l’ossessione religiosa, ma basta poco a un musulmano per essere dichiarato miscredente o apostata: è sufficiente aver messo in dubbio qualche Fatwa dei vari imam interpreti e difensori della fede. È facile oggi confondere, accusare e perfino discriminare fede e fedeli. In un momento di crisi, non solo economica ma anche di ragione e senso critico, confondiamo tutto con tutti. Tutti gli ebrei sono responsabili delle politiche e delle azioni del governo israeliano, tutti i cristiani sono responsabili delle guerre condotte dall’Occidente, e infine tutti i musulmani sono responsabili dei crimini dei vari gruppi terroristici. 

Uno scrittore pakistano, dopo l’11 settembre ha scritto un libro intitolato “L’Islam rapito” denunciando il pericolo di politicizzare la religione e indottrinare la politica. L’utilizzo della religione per i propri fini e come strumento per prendere il potere è un’altra piaga nel mondo arabo, dove è difficile parlare della separazione tra religione e Stato, e dove non esiste il concetto di laicità che noi conosciamo. Religione e Stato sono assimilati, in assenza di modelli da seguire, specialmente se si guarda verso i paesi del Golfo, principali alleati dell’Occidente. Uno degli obbiettivi raggiunti dai vari gruppi terroristici è presentarsi come unici rappresentanti della religione e depositari delle verità. Una delle questioni più complicate, infatti, è che nell’Islam non c’è una gerarchia: i vari imam non hanno un ruolo come amministratori delle fede, nel senso occidentale, ma solo come guida alla preghiera. Invece, i Gran Muftì dei vari paesi sono spesso legati alle politiche dei propri governi, ed è difficile che vi si contrappongano. Non a caso oggi i gruppi terroristici si rifanno non ad uno Stato moderno, ma ad un Califfato, tema controverso dell’Islam politico, dai tempi in cui si è configurata la successione al Profeta come guida di un unico grande popolo che si professa musulmano.

Un mezzo per ottenere il potere è usare una religione manipolata e asservita ai propri interessi. Sarebbe molto superficiale dire che il vero problema del terrorismo che sta devastando il Medio Oriente e minacciando l’Europa è solamente lo Stato Islamico (Is). In realtà i più ignorano le radici della sua esistenza: chi ha indottrinato, sostenuto, finanziato, e facilitato la sua espansione?

Quando regna il caos, i lupi escono e vanno in giro a cercare altre prede, anche nel nome della religione, e uccidono non solo gli innocenti, ma anche il senso del vivere insieme, la spiritualità e il messaggio pacifico. La cosa più grave non è solo il gesto violento che si manifesta uccidendo, tagliando gole, decapitando innocenti, ma il fatto che ciò venga fatto nel nome di Dio, e di una religione di milioni di persone. “Non in mio nome!” è un segnale positivo, da incoraggiare, anche se viene dall’Occidente e non dai paesi arabi, dove ancora regna la confusione, conseguenza delle politiche contraddittorie dei governi, dove spesso ci vuole coraggio solo per alzare la voce e dire semplicemente: ‘Non sono d’accordo! Qualcuno oggi ha avuto il coraggio di farlo, ed è già un primo, importantissimo passo. 

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