Il ministero della Salute ha appena ufficializzato l’incarico di due nuovi direttori generali. Renato Botti alla Programmazione sanitaria, Ranieri Guerra all’area della prevenzione. Il primo è l’ex dg del San Raffaele, tanto vicino al ministro che un anno fa lo ha traghettato dalla sanità privata a quella pubblica, nominandolo subcommissario regionale per il Lazio. Il secondo, professionista stimabilissimo, fino a ieri stava a Washignton e ora si occuperà di prevenzione sanitaria nazionale. Ma la notizia non è tutta qui. Insospettiti da insistenti voci di corridoio, ilfattoquotidiano.it ha esaminato il bando notando che i requisiti richiesti potevano adattarsi, in apparenza, solo a due nomi. Per questo, mentre il concorso era ancora aperto, abbiamo depositato presso un notaio una scrittura con la previsione dell’esito.

Alla fine della trafila, mentre a Roma veniva ufficializzato il risultato, con tanto di firma del presidente del Consiglio, a Milano veniva aperto anche il plico bollinato due mesi prima e custodito in un cassetto. Dentro, manco a dirlo, gli stessi nomi: Botti e Guerra. Sono proprio loro, nello scibile di professionalità sanitarie papabili per il ruolo, a superare la selezione. Difficile attribuire al caso la coincidenza. Se si escludono poteri predittivi e palle di vetro, la circostanza induce piuttosto a pensare che fossero stati decisi prima  a tavolino. Neppure ai ministri, del resto, è consentito procedere a nomine fiduciarie dirette per l’attribuzione di incarichi funzionali dirigenziali. Pure loro devono adeguarsi alla legge (dlgs 165/2001) che prevede una selezione pubblica. Possono tuttavia indicare i requisiti necessari per il ruolo, magari tanto specifici da riuscire a escludere in partenza potenziali concorrenti. E determinare così il risultato desiderato. E’ andata così?

L’INTERPELLO FANTASMA: ESISTE MA (QUASI NESSUNO) LO SA
La procedura, spiega l’interpello pubblicato sul sito il 24 di luglio, si rendeva necessaria perché la ricognizione preliminare tra i direttori di prima fascia non aveva prodotto candidature papabili, essendo tutte e 12 le figure apicali coinvolte nella rotazione di incarichi, sempre disposta dal ministro per riorganizzare le figure apicali del dicastero. Da qui, l’esigenza di procedere “con urgenza” a una ricognizione estesa a quelli di seconda fascia, 111 in tutto, e anche fuori le mura del ministero, come prevede l’art. 6 della legge 165, dove migliaia di dirigenti sanitari operanti nel pubblico e nel privato avrebbero potuto legittimamente aspirare al ruolo e avanzare candidature. 

Certo, a saperlo. Perché nonostante la legge prescriva l’evidenza pubblica, l’avviso è stato inviato via mail solo alle direzioni generali e pubblicato – a fine luglio e con una settimana di tempo per candidarsi – in un ramo del sito del Ministero ben poco evidente: per trovarlo – ed è una consuetudine in fatto di incarichi – bisogna andare nell’area “ministero e ministro”, sezione “amministrazione trasparente” (sic!), cliccare sull’area “personale”, poi il link “dirigenti”, infine il bottone “posti di funzioni disponibili”. Ecco, fin laggiù bisognava arrivare per averne evidenza pubblica. Forse anche questo ha contribuito a far arrivate solo una manciata di candidature interne, tutte comunque escluse. Perché l’esito del concorso confermerà i nomi depositati nella scrittura depositata dal Fatto il primo agosto, 60 prima dell’ufficializzazione del suo (identico) risultato.

COSI’ BOTTI RISULTA IL MIGLIORE
Il più idoneo per la Programmazione sanitaria risulterà dunque un esterno, Renato Botti, che con la Lorenzin ha una certa consuetudine, visto che lo ha messo a capo della sanità laziale facendo pure uno sgambetto a Zingaretti che avrebbe preferito altri nomi. E’ divenuto noto anche al grande pubblico grazie a una puntata di Report sul sistema San Raffaele: pensando di non essere ripreso, ammise placidamente di esercitare la direzione generale dell’ospedale nella piena consapevolezza che Mario Cal (morto suicida) e Don Verzè si mettevano in tasca i soldi di Regione Lombardia determinando il fallimento del San Raffaele. Ma è storia passata. Dal 15 settembre Botti cambia ufficio e poltrona per sedersi al volante di una macchina da 110 miliardi di euro l’anno. Tanta responsabilità, ma quanto merito?

I requisiti professionali indicati dal ministro a base della procedura sono specifici e talmente aderenti al cv del manager da realizzare un algoritmo impossibile per chiunque non sia Renato Botti. Non sono dunque i requisiti a determinare il miglior candidato ma il contrario, nonostante la Corte dei Conti abbia più volte ribadito che “il profilo pubblicistico della procedura di interpello per il conferimento di incarichi dirigenziali assegna a tale procedura garanzia di tutela del buon andamento, dell’imparzialità e della trasparenza finalizzate al perseguimento dell’interesse pubblico e all’efficacia dell’azione amministrativa”. 

Alcuni non erano mai stati richiesti prima per quel ruolo, a partire dal titolo di studio: per la prima volta il DG della programmazione dev’essere un economista. E questo, che è il titolo di studio del neodirettore, da solo esclude ¾ del personale dirigente del ministero cui concorrere dev’esser sembrato uno sport inutile (e infatti risulta che anche i 4 candidati interni che ci hanno provato sono stati esclusi). Il resto sembra un abito cucito con la stoffa del suo stesso curriculum. Viene richiesta una “comprovata esperienza nella direzione di strutture organizzative complesse”. Botti è stato dal 1997 al 2002 direttore generale dell’assessorato lombardo alla Sanità. Poi “l’esperienza in istituzioni operanti in ambito sanitario, con particolare riferimento alla qualità dei servizi e alla collaborazione/integrazione pubblico e privato”. E Botti ha anche questa, perché è stato presidente del Gruppo Merceologico Sanità di Assolombarda, membro della commissione sanità di Confindustria, dg della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor a Milano. Telemedicina? Pure questa non manca nella collezione Botti, che vanta un’esperienza dentro i cda di Molmed Spa e Telbios Spa, società partecipate dalla controllata Science-Park Raf e da primari gruppi industriali e finanziari italiani nel campo delle biotecnologie e della telelemedicina e teleassistenza. Non poteva mancare l’ultima fatica: una “comprovata esperienza anche di tipo operativo in materia di risanamento, riequilibrio economico-finanziario e riorganizzazione del sistema sanitario regionale”. In pratica, l’incarico appena affidatogli dalla Lorenzin è diventato requisito di esclusività per quello che gli affiderà di lì a breve, in una finale senza concorrenti. 

Stesso discorso per Ranieri Guerra fino a ieri era addetto scientifico all’ambasciata italiana a Washington. Ex direttore delle relazioni esterne dell’Istituto Superiore di Sanità ha incontrato il ministro negli States proprio a ridosso della procedura per l’incarico di direttore della prevenzione. Per il quale verranno richiesti anche “comprovata esperienza professionale in istituzioni di sanità pubblica nazionali, europee e internazionali e nella gestione di progetti di cooperazione sanitaria nei Paesi in via di sviluppo”. In pratica, il pedegree professionale di Guerra che tra le altre cose è stato direttore sanitario presso l’Agenzia dell’Onu per i Profughi palestinesi (UNRWA). 

IL GIOCO DELL’INTERPELLO, LA RABBIA DEI SINDACATI
La controprova fattuale, forse, è possibile: quali requisiti chiedeva l’interpello con cui è stato selezionato il direttore uscente, Francesco Bevere (medico e professore tra l’altro, non economista)?  La procedura selettiva di allora faceva riferimento alla ben più generica definizione “esperienza nel campo della programmazione, organizzazione e gestione dei servizi sanitari ovvero di dirigenza generale o apicale presso aziende sanitarie, fondazioni e amministrazioni pubbliche con attribuzioni sanitarie”. Non un solo requisito specifico che potesse in qualche modo determinare un pregiudizio alle possibili candidature e generare esclusioni preventive. Al contrario: l’incarico di Bevere, paradossalmente, subì uno stop della Corte dei Conti per “eccesso di genericità” dell’interpello. E ora siamo passati all’eccesso opposto, con un dettaglio di requisiti tale che finisce per condizionarlo per eccesso di specificità.

La procedura è stata così sospetta che i sindacati si sono messi subito sull’allerta e a procedura ancora aperta sfidavano la Lorenzin sui temi ai lei cari della trasparenza e del merito. “La domanda sorge spontanea: perché fare un interpello sapendo già il risultato finale?”, chiede sarcastica la Cisl Fp. Giusto pochi giorni prima dell’ufficializzazione l’Unione nazionale dei dirigenti di Stato (Unadis) ha scritto al Ministro una lettera chiedendole un incontro. Il testo rende bene la misura del malumore che affligge il comparto: “Siamo spettatori di una surreale passerella a favore di “soggetti esterni” che provengono da aziende private e da enti di ricerca che mancano dei requisiti di professionalità posseduti invece dai colleghi dirigenti che operano da anni e con valutazioni positive e potrebbero essere impiegati valorizzando le risorse interne e a costo zero”. In effetti la scelta comporta un costo maggiorato che l’amministrazione dovrà sostenere (si stima oltre 260mila euro l’anno), laddove un dirigente interno avrebbe richiesto solo il differenziale stipendiale, da circa 100mila euro lordi fino a 225mila euro. Il tutto dopo aver puntato i piedi per escludere il suo ministero dal taglio del 3% imposto da Renzi.