“Sono stato un combattente durante la prima Intifada. Sono stato catturato, e mi sono fatto 5 anni di carcere israeliano. A quei tempi ero molto giovane ed avevo il vizio di rispondere alle provocazioni, quindi puoi immaginare che sono stati 5 anni molto lunghi”. Assad sorride mestamente e cambia discorso: è evidente che non ha voglia di dire altro della sua prigionia, anche se lo sguardo è molto eloquente.  Si riaccende solo quando ci mettiamo a parlare della situazione politica palestinese attuale: mi racconta con dolore di un popolo separato non solo dall’occupazione, ma anche dalle responsabilità di Hamas. Le bombe – mi dice – non hanno fatto altro che rafforzarne l’autorevolezza, visto che molti vedono gli integralisti come l’unico baluardo contro Israele. E ciò ha portato ad una separazione molto netta con la Cisgiordania, dove religioni varie e sano laicismo sembrano convivere senza alcun problema. “Non ci vogliono nemmeno, ci considerano una terra ormai perduta”. E per tutta Ramallah si rincorrono voci di alcuni carichi di aiuti alla Striscia saccheggiati dalle autorità locali e di fiumi di denaro provenienti dagli sceicchi della penisola araba a beneficio dei vertici di Hamas.

Eppure qui gli aiuti continuano – giustamente – a partire, nella speranza che la maggior parte arrivi comunque alla gente. In un angolo del centro culturale che ci ospita ci sono numerosi pacchi di cartone, contrassegnati dal poetico logo di una ragazza il cui viso coincide con la Palestina. È la cooperativa delle donne, che manda la propria solidarietà a Gaza sotto forma di scarpe per bambini, magliette ed utensili vari di uso comune. Nulla, ad un primo sguardo, che solleticherebbe brame di saccheggio. Ma sono qui da poco più di 24 ore, ancora ho molto da imparare.

La prova più divertente del sano secolarismo del posto l’ho avuta ieri sera, quando i rapper di queste parti ci hanno invitato a prendere una birretta. Tutti abbiamo detto di sì, tranne una ragazza musulmana e – udite udite – un astemio: – Ma sei musulmano? -No! – Quindi forse l’alcol ti fa male? – Nemmeno! – E allora perché non bevi una birra con noi? La conversazione è stata esilarante ed ha subito sfatato uno dei falsi miti su questa terra, quello sul tabù degli alcolici.

Oggi giornata lunghissima e molto produttiva. Siamo stati molte ore in studio di registrazione, e se tutto va bene chiuderemo 3 o 4 canzoni già domani. Io, ad essere sincero, ho barato: avevo cominciato ad appuntare qualche rima già in Italia, quando la partenza era troppo vicina per poter pensare a scrivere di altro.

Ma non vi nego che mi rimane un retrogusto amaro in bocca, come quello del caffè che bevono da queste parti. Mi continua a tornare in mente Assad, mentre mi dice che il sogno di una Palestina laica e socialista – oggi come oggi – è ancora molto lontano.

Giovani b-boys (ballerini di break dance) del campo profughi di Nablus. Photo credit: Tomson