Soccavo, Napoli, Rione Traiano, nella notte, dopo un inseguimento, un’auto sperona uno scooter con a bordo tre persone, un ventiduenne scende dall’auto, è armato, un colpo di pistola ammazza Davide, 17 anni. Se il colpo non fosse partito da una pistola d’ordinanza, il racconto della vicenda sarebbe stato più o meno questo. E allora c’è da capire cosa rende difficile l’utilizzo delle parole giuste e la giusta contestualizzazione dei fatti.

Ammesso che un incensurato, disarmato, alla guida di un motorino possa essere scambiato per uno spacciatore e un carabiniere intravvedere nella notte il luccichio di una pistola e per questo lanciarsi all’inseguimento, senza chiamare rinforzi nonostante il soggetto armato, poi inciampare e ammazzare un ragazzo di 17 anni (questa la versione del carabiniere) perché la pistola aveva il colpo in canna senza sicura. Ammesso tutto ciò, qualcosa di sicuro c’è: quanto è accaduto è insopportabile, già prima di aver stabilito volontarietà o accidentalità dell’omicidio. È insopportabile perché l’unica responsabilità di Davide quando è stato raggiunto dal proiettile che lo ha ucciso era di essere a bordo di uno scooter senza casco e di non essersi fermato all’alt. In un mondo normale, al massimo, avrebbe meritato uno scappellotto. Tutto il resto, non è superfluo, ma pone l’accento su aspetti che non serviranno ad evitare che tutto si ripeta.

Come si ripete da sempre: Federico Adrovandi, Stefano Cucchi, Gerardino Diglio, crivellato da una raffica di mitra a 13 anni, Antonio Mannalà, il rapinatore ucciso a fine luglio a Cardito con un colpo alla schiena dopo un inseguimento, Mario Castellano, anche lui 17 anni, ucciso nel luglio del 2000 dopo aver forzato un posto di blocco.

Insopportabile, fino a suscitare conati di rabbia e moti di repulsione verso chi detiene il potere di fare opinione e informazione, è poi, nella stragrande maggioranza dei casi, il racconto giornalistico o pseudo-giornalistico della vicenda, da Saviano a tal Pietro Senaldi che su Libero scrive: “prima che del carabiniere di pochi anni più vecchio che ha sparato uccidendolo, Davide Bifolco, il 17enne ammazzato a Napoli mentre fuggiva dalle forze dell’ordine, è vittima della sua città … che vive al di fuori della legge, i cui abitanti, anche quelli che non sono criminali, tengono abitualmente comportamenti che in altre parti d’Italia non sono tollerati”. Più o meno dello stesso tenore, l’articolo di Arnaldo Capezzuto sul fattoquotidiano.it. È la retorica razzista che pervade la narrazione di Napoli. Mi torna in mente Genova, 2001, Piazza Alimonda. Tra gli uomini in divisa che circondano il corpo di Carlo Giuliani ce n’è uno che urla ad un manifestante: “lo hai ucciso tu con il tuo sasso. Bastardo“. Napoli è quel bastardo.

Se il ventiduenne non avesse indossato una divisa, si sarebbe scritto “omicidio“, colposo, intenzionale, accidentale, ma omicidio, soppressione di una vita umana ad opera di un altro essere umano non “tragedia”. Emerge invece il background culturale di una società disposta a delegare allo Stato l’idea di giustizia e non solo la legalità.

A tinte verghiane viene dipinto un mondo senza possibilità di riscatto, dove morire ammazzati è “più normale”, perché qui il fato ha più motivi di essere crudele. Esercizi di prosa che spostano l’attenzione dai fatti e deviano i criteri di giudizio; tutto serve a sostenere il registro narrativo di un incidente, di una tragedia, addossando alla vittima una sorta di colpa insita nella sua provenienza sociale o peggio geografica. Non è più omicidio, è qualcos’altro. Davide è stato ucciso dall’arma di un carabiniere, ma è vittima di Napoli.

Vittorio Alfieri, in Della tirannide, scrive: “Indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità … chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo”. Da questo punto di vista le parole di Saviano non si inscrivono in una cornice culturale diversa seppur declinata con altre sfumature. Anche l’Italia ha la sua Ferguson – dice Saviano – e fin qui non è un accostamento per cui servisse chissà quale acume. Poi però aggiunge “nessuno dirà che Davide è morto perché viveva in un territorio in guerra. E in guerra non ci sono seconde possibilità, ti va sempre male, da qualunque parte tu stia. Tutti buoni, tutti cattivi e tutti morti”.

Se nessuno lo avesse detto sarebbe stato semplicemente perché Davide non è morto in guerra ma a Napoli, Europa, Italia, Stato democratico in cui si vanta la garanzia dei diritti civili e della dignità dell’essere umano. Se penso a uomini, donne e bambini massacrati in Palestina mi è già difficile affermare che in guerra non ci sia possibilità di distinguere buoni e cattivi, ma il parallelismo assume i contorni del più banale esercizio di retorica perbenista se si confronta con la realtà dei fatti che di questo immaginario pacifista e non violento non ha proprio nulla. Non ci si può nascondere dietro la nebbia omologante del buonismo, del “tutti morti”, tutti colpevoli e vittime al tempo stesso. No, è morto un ragazzo di 17 anni, è morto ammazzato, punto, altre vittime non ce ne sono e di sicuro non è solo, ma anche un problema di buoni e cattivi. Se poi a corrotti, indagati, pregiudicati, si permette di governare ma ad un diciassettenne si spara perché forza un posto di blocco, non si chiama guerra ma “Stato di ingiustizia” e senza giustizia non c’è pace, in Palestina come a Napoli ed in ogni altra parte del mondo.

Il peggio però è che non è vero che nessuno lo ha detto, l’immagine di uno “stato di guerra” in cui tutto può accadere è stata evocata ed abusata. La morte di Davide Bifolco è stata l’ennesima occasione per ritornare a calcare i tratti narrativi di una Napoli assassina e spietata che ha premuto di nuovo il grilletto. Davide Bifolco è vittima di Napoli per il solo fatto di essere – anche – una città di mafie, microcriminalità e disagio sociale.

La realtà è che non v’erano motivi sufficienti neanche per estrarla dalla fondina quella pistola, figuriamoci per puntarla. Dall’altra parte, tre ragazzini, disarmati, minorenni, uno in fuga, gli altri due ormai fermati. È vero invece che alle responsabilità individuali vanno sommate quelle di un intero sistema. La teatralizzazione e l’esercizio di prosa sul disagio, sulla situazione di criminalità diffusa, in questo caso non servono a raccontare la realtà ma a trasfigurarla, ad agevolare un’impunità pretesa con arroganza istituzionale. E poi a riempire le pagine vuote di chi scrive seduto ad una scrivania senza sapere nulla della realtà delle strade che racconta.

Primo errore: non si tratta né di un’inchiesta sociale in cui si tenta di analizzare e raccontare la vita di persone svantaggiate, né di un agguato di camorra in cui l’omicidio va inserito nell’ambito di una dinamica criminale. Qui non bisogna rispondere a domande su un determinato contesto sociale o criminale, ma provare a spiegare perché un carabiniere, volontariamente o meno, ha ammazzato un ragazzo.

Secondo errore: si arriva ad aggiungere alla vicenda un colpevole che in questo caso non ha responsabilità o ne ha in misura meno che secondaria, la città di Napoli, e poiché siamo nella società dell’immagine e delle belle parole, l’esercizio di stile sul racconto della Napoli cattiva fa assumere a questo colpevole ingiusta centralità agli occhi dell’opinione pubblica.

Terzo errore: se proprio si vuole parlare di Napoli e della sua complessità, ciò che ci si dovrebbe chiedere allora è perché lo Stato non riesce ad assumere le vesti di una soluzione che non sia esclusivamente repressione, ma alternativa possibile di rinascita sociale.

Il contesto della vicenda di Davide Bifolco non è Napoli, ma tutti i posti di blocco e le circostanze in cui qualcuno è morto per un “colpo accidentale” esploso da una pistola d’ordinanza o in carcere massacrato di botte.

Sabato a Soccavo, al corteo per Davide, è avvenuto anche che uno dei plotoni di polizia indietreggiasse togliendosi il casco di fronte ad una comunità in lutto. Un passo indietro. La morte di Davide è un insulto alla dignità umana e se una vita innocente viene spazzata via da un uomo in divisa, la rabbia è degna e inevitabile e non può essere affrontata proclamando l’infallibilità delle istituzioni.

Accidentale o volontaria, Davide non è vittima di Napoli ma vittima di Stato, come in una guerra, solo che la guerra qui non c’entra.