Siamo tutti Charlie Chaplin. E’ il regista francese Xavier Beauvois a riportare gli spettatori del 71esimo Festival del Cinema di Venezia a Vevey in Svizzera nella notte di Natale del 1977. Nella fredda cittadina sul lago di Ginevra morì il grande attore comico inglese che dal 1953 si era allontanato volontariamente dagli Stati Uniti e si era trasferito nel cantone del Vaud. E proprio qui inizia Il prezzo della gloria (in Concorso): storia picaresca di due poveri emigrati – Eddy, il belga, è il comico Benoît Poelvoorde; Osman, l’algerino, è Roschdy Zem – che l’uno per poter uscire dalla propria situazione d’indigenza, l’altro per poter pagare le cure della moglie in ospedale, decidono di trafugare la bara dove giacciono le spoglie dell’indimenticabile Charlot. Colpo pressoché perfetto, ma gestione del post ‘rapimento’ bislacca. Tanto che i 600mila franchi svizzeri richiesti dopo fantozziane telefonate ai familiari dell’attore non arriveranno mai, ma scatteranno le manette della polizia svizzera.

“Dopo aver visto per la 15esima volta Limelight – ha spiegato alla stampa Beauvois – mi sono imbattuto sul web nella storia di questi due emigrati dell’Est che fecero il colpo. Ho subito pensato che fosse una storia incredibile, anzi era già un film”. Dal macabro alla farsa, come fosse una commedia all’italiana da “soliti ignoti”, Beauvois immagina Chaplin e famiglia estremamente benevolenti dopo tre mesi di pedinamenti e il ritrovamento della bara: tanto da non chiedere punizioni esemplari per i due spiantati che nel film non finiscono in galera ma nella realtà si fecero uno, Roman Wardas, 4 mesi di lavori forzati e l’altro, Gancho Ganev, la scampò al pelo pur con una condanna a 18 mesi.

“Ho raccontato il desiderio di vita e felicità di qualcuno che esce dal buio – ha continuato Beauvois – C’è chi, dopo Uomini di Dio (Gran Prix a Cannes 2010), mi ha detto che ho parlato di cose profane: non è vero. Per me Chaplin è sacro, anzi è il cinema con la C maiuscola”. “All’inizio diffidavo di questa operazione cinematografica – spiega Eugene Chaplin, settimo figlio di Charlie, anche lui al Lido – poi ho scoperto la sensibilità di Xavier e quei giorni poco gradevoli che ricordo perfettamente. Allora avevo 25 anni e oggi li ho rivisti sotto un’altra luce”.

Sempre sul crinale della testimonianza storica, ma senza licenze poetiche intrise di comicità, l’altro film in Concorso a Venezia 71 è The Look of Silence, praticamente il seguito di The Act of killing dello statunitense Joshua Oppenheimer (nella foto insieme al produttore Signe Byrge). Ancora una volta la sfida estetica e storica del documentarista texano si snoda sul piano della memoria e dell’etica riguardo a ciò che avvenne tra il 1965 e il 1966, quando i militari e i paramilitari dell’esercito indonesiano inscenarono un barbaro colpo di stato, con il silenzioso appoggio americano. E così uccisero mezzo milioni di comunisti.

Se in The Act of killing il punto di vista dei carnefici diventava quasi una catarsi per gli assassini, eccitati dalla replica del massacro attraverso la fiction, con The Look of Silence il punto di vista della tragedia è quello delle vittime, in particolare dell’oculista Adi. Suo fratello maggiore è stato torturato fino alla morte da un gruppo di ribelli, e dopo 48 anni cerca di far confessare – quasi invano – le colpe agli aguzzini, che vivono ancora indisturbati a fianco dei parenti delle loro vittime.

“Più che di buoni e cattivi, di pazzi e sani, in Indonesia si sviluppò una follia collettiva che dura ancora oggi”, ha spiegato Oppenheimer in conferenza stampa al Lido. I particolari compiaciuti degli omicidi di massa, l’accusa ai comunisti di “essere degli infedeli”, risuonano nei discorsi degli anziani aguzzini senza differenze tra il 2014 e il 1965.

L’insistenza con cui Adi cerca di farli confessare di fronte alla macchina da presa del regista Usa è altrettanto convinta, ma si scontra col muro di gomma di una riconciliazione ancora prematura. The Act of killing è stato mostrato anche in Indonesia “ma il governo, fino a quando il film non ha sfiorato l’Oscar come miglior documentario, ha finto che non esistesse – ha continuato Oppenheimer -. Poi hanno ammesso alcuni errori del passato, aggiungendo però che i tempi della riconciliazione li decideranno loro”.

800mila dollari di budget tra capitali scandinavi e lo zampino del Biografilm di Andrea Romeo, una troupe lasciata ‘anonima’ nei titoli di coda per paura di vendette locali, Oppenheimer si mette in prima fila per un premio importante a Venezia 71 e dopo 10 anni abbandona il tema Indonesia: “Questo argomento si era impadronito di me fin dal 2003. E in tutto questo tempo ho documentato solo la punta di un iceberg”.