Il primo divo che ho visto preso letteralmente d’assalto dai paparazzi mentre giocava sul campi da tennis dell’Excelsior è stato Harrison Ford quando era ancora Indiana Jones. Peccato che sia stato anche l’ultimo. Da allora il declino del divismo a Venezia è stato inarrestabile. Non so se ha notato: adesso quei campi sono sempre deserti, come la scalinata del Palazzo del cinema. Ci sono le transenne, ma i paparazzi sono tutti a Formentera. E il red carpet della Mostra mi fa pensare a quel detto ligure che dice “voglio ma non posso”. Ormai ti si nota di più se stai alla larga.”

Tatti Sanguineti, critico, sceneggiatore, autore, eccetera, sfoglia l’album dei ricordi in attesa di tornare al Festival del Cinema di Venezia, dove è nel cast di Belluscone una storia siciliana di Franco Maresco. E dove presenterà la sua attesa intervista-documentario ad Andreotti: Il cinema visto da vicino. “Sarà una sorpresa, glielo garantisco. Ma fino alla sera del 30 preferirei che rimanesse tale.”

Allora ripartiamo con i flash back. Qual è stata la prima volta a Venezia?
Il mio primo Festival è stato quello del 1969. Ci sono arrivato con la tessera del circolo del cinema di Savona, uno dei pochi in Italia di ispirazione socialdemocratica. Avremmo scoperto molto tempo dopo che la nostra federazione era finanziata con i dollari portati dall’America da Sandro Paternostro. Di quella prima volta ho due ricordi indelebili. Il primo, che nessuno voleva sedersi accanto a me.

Come mai? Aveva già fama di essere un critico troppo cattivo?
Macché, perché puzzavo. Mi ero accampato agli Alberoni con un amico, ma la prima notte i ladri ci hanno squarciato la canadese e ci hanno rubato tutti i vestiti. Così ho dovuto portare la stessa camicia per 12 giorni.

Niente smoking?
Fortunatamente era stato abolito l’anno prima da Luigi Chiarini. Quelli erano anni di indiscussa egemonia ideologica, della sempre più violenta contestazione sessantottina.

Il secondo ricordo indelebile?
Le code davanti alla mitica Sala Volpi. Non si riusciva mai a entrare, c’erano troppi pochi posti. A ripensarci ora fu una fortuna. Vigeva la moda terzomondista dei film sudamericani; lunghe attese per beccarsi quasi sempre un bidone, a parte i film di Glauber Rocha, l’unico maestro vero. Ma in compenso durante quelle attese interminabili ho conosciuto i più grandi critici della mia generazione, da Marco Melani a Enzo Ungari. E poi Alberto Farassino, il maestro di tutti noi.

Di quegli anni è rimasta celebre una foto di Pasolini che resta tutta la notte a discutere con gli studenti dopo la proiezione di Porcile.
Fu una specie di consacrazione. Il rapporto di Pasolini con Venezia riassume la storia travagliata di quel decennio. Dallo shock di Accattone, alla contestazione in sala di Mamma Roma fino al ritorno in concorso con Il Vangelo secondo Matteo. Pochi sanno che a rendersi personalmente garante della proiezione del film in Sala Grande fu Aldo Moro.

Nel 1979 arrivò Carlo Lizzani.
A lui si deve la prima ristrutturazione del Palazzo del Cinema. E poi le lotte sanguinose per le vertenze sindacali, ma anche per ottenere i biglietti omaggio e per avere le più lussuose camere d’albergo. George Cukor che non voleva lasciare la camera a Martelli, ma anche le fughe nottetempo. Quella di Fassbinder dal Des Bains, o quella di Rocha dall’Excelsior.

Amori clandestini?
Extra non pagati. Facevano baldoria fino all’alba, poi tagliavano la corda.

E Lizzani pagava.
Aveva una capacità straordinaria di fronteggiare questo tipo di emergenze. Una volta glielo chiesi: ‘Come fai a reggere tutta questa burocrazia?’ E lui: ‘Sai, ho vissuto a Mosca, e ho imparato ad aspettare. Bisogna mettersi in coda con una valigia vuota, e aspettare. Alla fine qualcosa porti sempre a casa.’

Nel 1983 a Lizzani subentra Gian Luigi Rondi. Dopo tanti direttori di sinistra, un democristiano doc.
Lizzani aveva reintrodotto la competizione e Rondi completò l’opera. Fu un cambio della guardia azzeccato. Alla Mostra di Venezia il compromesso storico riuscì, e funzionò pure. Uno dei rari casi in cui Berlinguer ha vinto qualche cosa.

Rondi era soprannominato “Don medaglietta” per il debole che aveva per le onorificenze.
Curioso personaggio, con qualche vanità di troppo. Però anche con un’autentica conoscenza del cinema.

Che ricordo ha del cinema italiano di quegli anni?
Alquanto sbiadito, se devo essere sincero. Una qualità irriconoscibile rispetto a quella raggiunta fino alla fine degli anni Settanta, a parte qualche eccezione . Mi ricordo, per esempio, quale piacevole sorpresa fu la rivelazione di Nichetti con Ratataplan.

E l’arrivo di Gillo Potecorvo nel 1992 come lo definiamo? Il ritorno dell’ideologia?
Anche quegli anni mi sembrano poco memorabili. Dell’era Pontecorvo ricordo soltanto Steven Spielberg che riceve il Leone alla carriera e nel discorso di ringraziamento dice che La battaglia di Algeri ha cambiato la storia del cinema. Sarà. Io che fosse un grande film non ci avevo mai creduto, e ho continuato a non crederci.

Veniamo a oggi, anzi, a domani. A che punto è la Mostra del cinema?
Allo stesso punto in cui è l’Italia. Un punto in cui si fa una fatica micidiale a far prevalere il talento solitario sulle lobby e sulle corsie preferenziali. L’anno scorso Bertolucci ha detto: “Premierò chi mi saprà stupire”. Poi però ha premiato il film montato dal suo montatore storico.

Ogni riferimento all’esclusione dal concorso del film di Maresco è puramente casuale?
Non proprio. Quando Barbera ha detto a Maresco ‘Non ti metto in concorso’ si è temuto seriamente di non riuscire a distribuire Belluscone, anche se per fortuna non sarà così.

Nella corsia preferenziale chi guida? Il Leopardi di Mario Martone?
Vedremo. Certo che Barbera è stato coraggioso.

Perché?
Metta che durante la proiezione notturna alla Sala Darsena, mentre si sente declamare solennemente Sempre caro mi fu quest’ermo colle… qualcuno faccia partire una pernacchia. Sarebbe dura fare finta di nulla.

Da Il Fatto Quotidiano del 10 agosto 2014