Nel suo editoriale, Antonio Padellaro, direttore de Il Fatto Quotidiano, evidenzia, oggi, “la continua esibizione muscolare del premier e dei suoi accoliti”, “la strategia dello scazzo permanente”, il “qui si fa come dico io”. Sono scelte, o meglio comportamenti, che il premier Renzi e il suo Governo tendono ad adottare anche in Europa, specie dopo che l’Italia ha assunto, il 1° luglio, la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, una posizione che dovrebbe essere più di mediazione che di potere.

Alcuni ministri lo seguono per convinzione, altri per imitazione, altri, forse i migliori, o i più timidi, o i più esperti, esitano a farlo. Perché nell’Unione quegli atteggiamenti non premiano. Anzi, penalizzano. Ed erodono il capitale di credibilità e di simpatia su cui il premier Renzi poteva inizialmente contare. Che si discuta di nomine o di riforme (e, quindi, di flessibilità).

Tanto più quando il contesto economico non induce ad avere fiducia nell’Italia, di cui le Istituzioni internazionali –Fmi, Ocse, Ue- e nazionali –BankItalia, Confindustria- non fanno che abbassare le previsioni di crescita 2014, dallo 0,8% iniziale –già modesto- allo 0,3% delle ultime stime del Fondo monetario (a fronte di un 1,1% medio della zona euro). Va peggio del previsto pure la Francia di Hollande, il miglior amichetto europeo di Renzi, Vanno meglio del previsto Germania e Spagna e, fuori dall’euro, meglio di tutti i Grandi dell’Ue, la Gran Bretagna.

Il Governo italiano non prova più ad arginare il pessimismo degli esperti, che saranno ‘tecnocrati’, ma con le cifre ci vanno a nozze. E così lo spauracchio di una correzione dei conti pubblici in autunno diventa concreto: una manovra che gli analisti prevedono fino a 20 miliardi di euro. Anche se, per scongiurare l’ipotesi, o contenerla, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan lavora sodo sul capitolo privatizzazioni: obiettivo, raccogliere complessivamente 11 miliardi.

Quando il neo commissario agli Affari economici e monetari, Jyrki Katainen, ex premier finlandese che ha scelto l’approdo europeo, dice al quotidiano tedesco Die Welt, che “la cosa più importante per l’Italia… è attuare le riforme promesse dagli ultimi governi” fa una constatazione condivisibile. Che l’importante sia fare e non annunciare, nessuno può contestarlo.

Inutile metterla sulla rissa verbale, come fanno il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi e pure Palazzo Chigi. Gozi dice: “Con tutto il rispetto per Katainen, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato in Europa non lo decide il commissario pro tempore finlandese, ma il Vertice dell’Unione”, che “ha parlato chiaro su crescita e flessibilità: di solo rigore l’Europa non campa” (ma neppure di solo promesse). La rissa sta in quel ‘pro tempore’. Perché Katainen è a Bruxelles per restarci, non solo lo scorcio che resta della Commissione Barroso, ma pure tutto il quinquennio della Commissione Juncker. Sarebbe meglio dialogarci, invece che usare le parole come pietre.

Come fa pure Palazzo Chigi:  “Non siamo scolaretti indisciplinati: ciò che fa l’Italia, specie le riforme…, lo decide il popolo italiano, non certo il commissario pro tempore finlandese” – e dai! E, poi, la stoccata che vuole essere decisiva: “Portiamo in Europa milioni di voti e miliardi di euro”. Argomento un po’ logoro e un po’ scivoloso. Perché di miliardi ne porteremmo di meno, se solo sapessimo spendere quelli messici a disposizione dall’Unione. E perché i voti i partner s’aspettano che Renzi li usi per fare le riforme: quelle utili a rilanciare la crescita e il lavoro.

Discorsi analoghi valgono sul fronte aperto delle nomine europee: l’affondo del premier per mettere Federica Mogherini al posto di alto rappresentante della politica estera e di sicurezza europea non è riuscito a metà luglio e tutte le decisioni sono slittate al 30 agosto; e chi era in pole position 10 giorni fa potrebbe ritrovarsi fuori dalla griglia fra un mese.

Per il momento, il premier e il governo difendono in trincea le chances della Mogherini, mentre c’è chi lavora a costruirle alternative credibili. Ma l’Italia potrebbe prendere due piccioni con la fava del rinvio: tenersi un ministro degli Esteri giovane, ma preparato e competente, che nell’Unione farebbe fatica a sottrarsi al destino di basso profilo toccato a Lady Ashton (che, a dire il vero, l’ha più accettato che subito); e mandare a Bruxelles come commissario un ‘culo di pietra’ che possa seguire i lavori dell’Esecutivo, senza essere sempre in missione, ed occuparsi dei dossier ‘italiani’, oltre che dei propri. A Bruxelles, di grane da risolvere ce ne sono sempre. Ed è meglio essere presenti, piuttosto che in viaggio, quando si decide; e avere buoni rapporti con tutti i colleghi. Anche i finlandesi.