E’ uscito da poco il suo nuovo album, “Ho una galassia nell’armadio” e secondo Soundsblog si tratta di “uno dei pochi cantautori nostrani che ha qualcosa di nuovo da dire”: lui è Nicolò Carnesi, ventisettenne siciliano che canta, suona batteria, basso, chitarra, pianoforte, sintetizzatori e batteria elettronica. “Ho imparato a suonare da solo. A tre anni i miei genitori mi hanno regalato una batteria giocattolo e fino ai dodici, tredici anni ho continuato ad avere il pallino per il ritmo. Poi ho scoperto il piano ma non avrei mai pensato che sarei diventato un cantante, ero molto introverso, passavo il tempo a disegnare o a suonare”. Ilfattoquotidiano.it  ha incontrato Carnesi per parlare di musica, d’estate e di “consigli per gli ascolti”.

Come hai scelto la playlist per il lettori de Ilfattoquotidiano.it?
Ho scelto brani che hanno dei connotati estivi, ma senza tralasciare la malinconia. Insomma, chi ha detto che d’estate si debba essere felici per forza?

PLAYLIST PER UN’ESTATE MALINCONICA – di NICOLO’ CARNESI

Fred Bongusto – Tre settimane da raccontare
Franco Battiato – Summer on a Solitary Beach

The Flaming Lips – It’s Summertime

Local Natives – Ceilings
Arcade Fire – Haiti
Non Voglio che Clara – La sera

Real Estate – Talking Backwards
Wilco – Sky Blue Sky
Joan as a Police Woman – To be loved
Julio Iglesias – La mer (live 1976)

Nel tuo ultimo disco hai suonato praticamente tutto da solo, che rapporto hai con i diversi strumenti e qual è quello con cui hai un feeling maggiore?
In generale ho un buon rapporto con tutti. Certo, ho un legame più intimo con pianoforte e chitarra, anche perché sono quelli più adatti alla scrittura. Questo disco, però, volevo impostarlo in maniera diversa e non piano e voce da “classico” cantautore, così alcune canzoni sono nate, ad esempio, dal giro di basso o dal groove di batteria. Ho lavorato come se ci fosse una band, tutta nella mia testa.

Hai coltivato le tue attitudini fin da bambino: come ti rapporti al mondo dei talent show musicali dove, invece, quasi mai c’è una preparazione di lungo periodo e a contare è soltanto la dote vocale?
Non li seguo, direi che si tratta di musica da fast food, dal consumo veloce, funzionale allo show televisivo. Catapultano questi ragazzi in un palco, davanti a milioni di persone, senza aver fatto alcuna gavetta e se funzionano ok, altrimenti via col prossimo: mi spaventa perfino un po’ come meccanismo.

Che rapporto hai con il rap italiano?
L’unico incontro vero con il rap è stato a tredici anni, con Eminem. Nel panorama italiano di oggi, e parlo un po’ da profano perché non ne sono un esperto, ci sono delle cose che mi piacciono: l’ultimo disco di Ghemon, ad esempio, ha un bel suono e dei testi con un valore che va al di là del “mi fumo le canne e gioco a PES”. Alcuni rapper nostrani rischiano di sembrare un po’ delle macchiette, perché scimmiottano dei modelli americani senza averne l’attitudine: è piuttosto facile dire che “fa tutto schifo”, è una cosa che da sempre incontra il favore degli adolescenti, che sono ribelli più per posa che per vocazione.

Che ne pensi delle piattaforme per l’ascolto di musica in streaming?
Come fruitore ne penso bene, perché mi danno l’opportunità di ascoltare un’enorme quantità di cose diverse. Da cantautore credo che andrebbero riviste alcune posizioni contrattuali.

Chi sono i tuoi cantautori di riferimento?
Battiato, su tutti. E poi De Andrè, Dalla e Battisti.

Che rapporto hai con la Sicilia?
Sono legatisismo alla mia terra e devo dire che mi ha dato veramente tanto. Io sono della provincia di Palermo e la dimensione del paese mi ha permesso di trovare la giusta tranquillità, il contesto migliore per scrivere. E’ vero però che quando stai a lungo in un posto è necessario cambiare per trovare nuovi stimoli, e così mi sono da poco trasferito a Milano. Ma con l’idea di tornare.