Ben venga il servizio civile per 100mila giovani ogni anno. Ma solo se a finanziarlo interamente sarà lo Stato. Anche perché, in caso contrario, non si tratterebbe più di un’esperienza di impegno solidaristico bensì di puro e semplice lavoro sottopagato. E’ questa la reazione dell’universo degli enti accreditati alla proposta di riforma del terzo settore annunciata da Matteo Renzi a metà maggio e destinata ad approdare in Consiglio dei ministri il 27 giugno (fino al 13 si possono esprimere opinioni, critiche e proposte scrivendo a terzosettorelavoltabuona@lavoro.gov.it). Proposta in base alla quale l’esperienza di servizio civile dovrebbe essere “universale”, quindi non più limitata a 15-20mila ragazzi come avviene oggi per mere questioni di budget. Sulla carta è un’ottima idea, considerato anche il picco della disoccupazione giovanile e i 3,7 milioni di under 30 che non studiano né lavorano. Ma si scontra con un particolare non trascurabile: i soldi. Avviare a quest’esperienza 100mila giovani ogni anno costerebbe oltre 400 milioni di euro e oggi il fondo nazionale per il servizio civile è fermo a poco più di 100. Il governo vorrebbe risolvere il problema chiedendo alle associazioni che hanno bisogno di volontari di partecipare all’esborso, magari mettendo a loro carico la diaria di 433,8 euro al mese e accollandosi solo contributi e costi burocratici. Questa soluzione, però, non piace per niente ai diretti interessati. Perché rischia di creare disparità tra enti più ricchi, per esempio Comuni e Regioni in cui è possibile fare il servizio civile, e piccole associazioni con poca capacità di spesa. E c’è qualche dubbio anche sugli altri punti della riforma, a partire dalla riduzione da 12 a otto mesi del periodo di servizio

Il presidente della Consulta servizio civile: “Finanziarlo è compito del pubblico” – “Le organizzazioni investono già nella gestione dei progetti e nella preparazione delle figure professionali che affiancano i ragazzi. Immaginare che possano metterci ulteriori risorse mi sembra molto difficile”, commenta Giovanni Bastianini, presidente della Consulta nazionale per il servizio civile, in cui siedono rappresentanti degli enti, dell’Anci, della Protezione civile e dei volontari. “Penso, ed è un’opinione condivisa, che le risorse debbano essere pubbliche. D’altronde, Renzi ha parlato di “una leva di giovani per la difesa della Patria”. E la difesa, che sia fatta con le armi o con strumenti pacifici, è compito pubblico. Non si sembra che il bilancio della Folgore sia cofinanziato dai privati”.

Gli enti: “Se pagassimo noi sarebbe un contratto di lavoro tra privati” – D’accordo Licio Palazzini, presidente di Arci servizio civile e della Conferenza nazionale enti servizio civile (Cnesc): “L’assegno mensile oggi sta dentro un rapporto contrattuale tra Stato e singolo giovane. Se fosse pagato dagli enti non si tratterebbe più di servizio pubblico ma di un contratto di lavoro tra privati”. E proprio questo è uno dei principali rilievi alla proposta di riforma: il rischio è quello di istituzionalizzare la trasformazione di quella che dovrebbe essere un’esperienza di “impegno solidaristico” in lavoro sottopagato. Cosa che in alcune realtà già succede, ammette Palazzini, che al governo chiede: “Se vuol davvero “separare il grano dal loglio” nel terzo settore, per prima cosa inviti gli enti locali a fare più controlli sugli enti accreditati per verificare come utilizzano i giovani in servizio civile”. Anche perché, in base alla proposta di riforma, in futuro a chi partecipa dovrebbero essere riconosciuti crediti formativi per l’università o la possibilità di inserire l’esperienza in curriculum come se si trattasse di un periodo di tirocinio.

“Le fondazioni bancarie diano una mano” – Quanto all’idea di far partecipare al finanziamento gli enti, per Palazzini “a fare uno sforzo economico, caso mai, dovrebbero essere gli enti locali, attingendo alle risorse della fiscalità generale, e soggetti privati come le fondazioni bancarie“. Anche perché, dicono i numeri, le associazioni già fanno la loro parte: “Abbiamo fatto stimare da un istituto di ricerca il valore dell’investimento fatto nella gestione delle attività, nella progettazione e selezione e nel monitoraggio: si tratta di 5.500 euro per ogni giovane in servizio civile. Più di quanto lo Stato spende per il suo compenso annuale”.

Se otto mesi posson bastare – Più di un dubbio anche sulla durata dell’esperienza: se per Bastianini otto mesi possono bastare, almeno per una parte dei progetti, Palazzini – che sulla questione ha uno sguardo più operativo – sostiene che è troppo poco, soprattutto alla luce della possibilità (prevista nella bozza) che un paio di mesi siano svolti “in regime di reciprocità” in un altro Paese Ue, quindi togliendo il giovane dal progetto in cui è impegnato in Italia.  

“Dalla Legge di Stabilità si capirà serietà dell’impegno” – Il presidente della Consulta dubita anche della fattibilità di quel numero tondo, 100mila: “Può essere un obiettivo di medio periodo, ammesso che ci siano i fondi, ma raggiungerlo subito è improbabile: molti degli oltre 3.850 enti iscritti negli appositi albi (nazionale e regionale, ndr) non hanno avuto, negli ultimi anni, alcun progetto approvato, per cui è probabile che non siano immediatamente pronti ad accogliere dei volontari”. Per Palazzini, invece, ben venga quel traguardo ambizioso, ma visto che per una nuova legge e relativi decreti attuativi ci vorrà tempo il governo deve intanto dimostrare il proprio impegno sul tema “investendo fin dalla prossima legge di Stabilità molte più risorse sul servizio civile: per il 2015 abbiamo bisogno di almeno 150 milioni”. Il momento della verità, dunque, arriverà a fine anno. 

Come funziona oggi – Oggi il Servizio civile nazionale, nato nel 2001 e totalmente volontario dal 2005, consiste in 12 mesi di impegno nei settori dell’assistenza (che assorbe in media il 60% dei volontari), della protezione civile, dell’ambiente, del patrimonio artistico e culturale o dell’educazione. E’ riservato ai giovani dai 18 ai 28 anni con cittadinanza italiana o in un Paese Ue, oltre che, dall’anno scorso, agli stranieri titolari di permesso di soggiorno. Può essere svolto presso amministrazioni pubbliche, ong e associazioni non profit che abbiano dimostrato di avere i requisiti, le competenze e “risorse specificatamente destinate”. Gli enti in regola possono presentare alle strutture ad hoc della Regione progetti di servizio civile e chiedere l’assegnazione di volontari, anche per le proprie sedi estere. I ragazzi interessati a svolgere il Servizio civile volontario partecipano ai bandi di selezione presentando domanda. Quelli selezionati vengono inclusi in una graduatoria provvisoria che diventa definitiva dopo la verifica dei requisiti. E’ l’Ufficio per il servizio civile nazionale, struttura della presidenza del Consiglio guidata da Calogero Mauceri, a gestire l’intero sistema, assegnare i giovani agli enti, stipulare le convenzioni e verificarne il rispetto. La Consulta nazionale ha invece, appunto, funzioni consultive.

I numeri del collasso – Il sistema, però, è al collasso per i continui tagli ai fondi. Complice la crisi e un tasso di disoccupazione giovanile che ha toccato il 42,7%, le domande aumentano di anno in anno e ormai sono oltre quattro volte più dei volontari richiesti. Nel 2012 hanno presentato domanda 87.635 ragazzi (il 55% dei quali residenti nel Sud o nelle isole) contro i 75.864 del 2011 e i 54.318 del 2010, ma solo 19.705 hanno potuto effettivamente prestare servizio civile. E quelli partiti quest’anno (su bando del 2013) sono solo 15.500. Metà degli oltre 30mila del 2009 e lontanissimo dal picco toccato nel 2006, quando sono stati 45.890 i giovani “in servizio”.
Il motivo del crollo è presto detto: le risorse che lo Stato italiano è riuscito a dedicare all’istituto erede dell’obiezione di coscienza sono diminuite sempre più. Dai 210 milioni del 2009 ai 69,9 del 2012, anno in cui, per la prima volta nella storia, il bando non è stato pubblicato perché, raschiando il fondo del barile, l’intera somma disponibile è stata utilizzata per pagare i compensi dei volontari selezionati nel 2011. Nel 2013 c’è stata una lieve risalita a 75 milioni, mentre lo stanziamento per il 2014 è di 106.

Molto sentito dagli addetti ai lavori anche il problema degli abbandoni: nel biennio 2011-2012 circa il 17% dei giovani selezionati ha lasciato il servizio prima della conclusione. La motivazione principale è la difficoltà a conciliare l’impegno con lo studio o il lavoro. Morale: come attesta anche l’ultima relazione al Parlamento sul servizio civile, soprattutto nelle aree del Paese in cui la disoccupazione giovanile tocca picchi drammatici l’esperienza è considerata da molti un’opportunità di guadagno da cogliere al volo fino a quando non si trova un’occupazione “vera”.