Un cuore troppo grande per durare a lungo. Sembra di ieri la triste notizia della scomparsa di Massimo Troisi, dolce gentiluomo della Napoli che non esiste più, inimitabile cantore di una risata che entra nell’anima. Sono trascorsi 20 anni da quel 4 giugno, quando l’artista si spense nella notte, a sole dodici ore dalla fine delle riprese de Il Postino. “Voglio fare questo film con il mio cuore” aveva dichiarato rispondendo alle sollecitazioni che lo volevano operato d’urgenza di trapianto cardiaco negli Stati Uniti. A Houston non è mai arrivato, lasciandoci a soli 41 anni essendo nato a San Giorgio a Cremano (Napoli) il 19 febbraio 1953.

Talento puro che si esprimeva sempre e “solo” in un napoletano antico e dolcissimo di pasoliniana attrazione, Troisi è stato quotidianamente considerato l’erede naturale di Eduardo e Totò, un paragone da cui però ha sempre preso distanza. Poeta, sceneggiatore, attore poliforme per teatro, cinema e tv, comico originalissimo, Troisi è tuttora uno degli artisti e performer italiani di cui più si accusano l’assenza e il vuoto, rimasto incolmato. Da Ricomincio da tre (1981) a Pensavo fosse amore..invece era un calesse (1991): dieci anni di attività registica per il cinema espressa in sei film, mentre otto da sceneggiatore e dodici da attore, concludendosi appunto con Il Postino uscito postumo. La pellicola diretta dall’inglese Michael Radford sul poeta Pablo Neruda e il suo umile postino conquistò quattro nomination e un Oscar vinto per l’indimenticabile colonna sonora firmata da Luis Bacalov, oltre a una miriade di riconoscimenti nel mondo e al plauso unanime della critica e del pubblico.

Di Non ci resta che piangere – che Troisi scrisse e diresse con Roberto Benigni – quest’anno si celebra il trentennale dall’uscita. A ricordarlo è l’allora assistente alla regia Marina Spada, oggi regista di rilievo e figura significativa sulla scena culturale milanese. “Persona dolcissima, meravigliosa. Troisi mi ha insegnato il rispetto per gli attori, che lui praticava con una costanza quasi sacrale, forse perché rispettava in maniera assoluta le problematiche di ciascuna delle persone con cui lavorava, essendo lui stesso gravato da difficoltà fisiche. Del film non esisteva una sceneggiatura. Questo significava che ogni giorno Troisi e Benigni si inventavano i dialoghi di sana pianta. Ricordo perfettamente che uno dei miei compiti era stare con loro nella roulotte mentre – ridendo a crepapelle – si creavano le battute che io dovevo trascrivere e poi consegnare alla segretaria di produzione”. Spada ha un ricordo vivido anche della gravità della cardiopatia dell’artista perché “Massimo prendeva le medesime quantità e qualità di medicinali che assumeva mio padre per il cuore: il problema è che mio padre aveva 70 anni, mentre lui solo 30. Forse non si fece mai operare quando arrivò l’urgenza di farlo perché aveva paura del decorso post operatorio, o forse semplicemente perché sentiva intimamente che non ce l’avrebbe fatta.

Sul set di Non ci resta che piangere stava già molto male: era protetto da noi della troupe e da Benigni stesso, e tutto doveva essere pronto e facile per lui per non affaticarlo troppo”. Quando uscì Il Postino al cinema, Marina Spada non riuscì a vederlo: “Ho dovuto attendere qualche anno prima di avvicinarmi alla visione di Massimo, troppo forte era la ferita per la sua scomparsa, ma sono felice oggi di poterne parlare per contribuire a ricordarlo”.