Le tasse sono sempre odiose, specie quando – come nel caso di bolli, accise e sigarette – sono ingiustamente regressive. Ma la super tassa sul passaporto, che passa da 40, 29 euro a 73,5, ha un aspetto simbolico particolarmente odioso. Tassare il viaggio è un po’ come tassare la libertà di spostamento, quella facoltà che ci rende individui e non soggetti alla cupa necessità.

Non solo. Questo balzello, che Giorgio Tonini del Pd si ostina curiosamente a non chiamare tale – un passaporto costerà oggi 73,5 + 42,5 euro, per un totale di 116 euro: immaginate se a rinnovarlo è una famiglia – nasconde un retropensiero desolante: che in fondo chi viaggia è chi se lo può permettere, il che non è sempre vero, visto che spesso si viaggia anche per necessità, e che quindi tanto vale colpirlo. Ma, anche, l’idea che viaggiare in fondo sia opzionale, e tutto ciò che conta è avere cibo e coperte, il resto è lusso, per il popolo si intende, che senatori e deputati viaggiano come vogliono senza pagare nulla.

Ovviamente nulla di tutto questo è passato per le menti del governo nel momento in cui hanno deciso l’odioso aumento: per loro si tratta solo di far quadrare i conti, ormai è tra l’altro principio costituzionale, ed è meglio farlo con tasse indirette che dirette. Così da un lato si fa la fanfara sul decreto Irpef, presentandolo come il motore che farà ripartire l’Italia (quell’Italia descritta dall’ultimo rapporto Istat, già velocemente rimosso), dall’altro si moltiplicano spese a carico del cittadino da ogni fronte, a partire da quella Tasi che colpirà duro, ma che importa, non è colpa del governo, ma dei Comuni. In breve, da un lato si dà (poco e non a tutti), dall’altro si toglie.

Alla fine tutto resta uguale, se non peggio- cosa succederà l’anno prossimo, quando mancheranno 14,3 miliardi?- ma basta un’ossessiva presenza mediatica, e magari un bel viaggio in Congo, per nascondere la verità.