La città di Nusaybin sulla mappa

La città Nusaybin si trova nel Kurdistan occidentale, al confine con il Rojav, ha quasi 90mila abitanti e la sua ex sindaca, Ayşe Gökkan, ha combattuto contro il governo Erdogan che aveva iniziato la costruzione di un muro per dividere la Turchia dall’emergente e indipendente Kurdistan occidentale. Una barriera per fermare l’arrivo dei profughi e preservare, secondo gli ideatori, “identità e sicurezza nazionale”.

Nel novembre 2013 l’allora sindaca ha portato avanti per settimane uno sciopero della fame contro la costruzione del muro (su Twitter il resoconto della lotta). Ha lottato contro le istituzioni e ha affrontato la violenza dei soldati senza mai fermarsi: “Se neces­sa­rio – aveva dichiarato allora a Il Manifesto lo abbat­terò con le mie mani, a rischio della mia stessa vita”. Ora, a ilfattoquotidiano.it spiega: “In origine il muro doveva essere alto sette metri ed estendersi per oltre sette chilometri ma la nostra lotta ne ha fermato, almeno per il momento, la costruzione”. Anche se, il muro di filo spinato, voluto dal primo ministro Recep Tayyip Erdo­gan c’è: è lungo 1300 metri e separa Nusaybin dalla sua gemella siriana Qamişlo.

I soldati di Assad controllano il confine e non lasciano passare nessuno, nemmeno i tir dell’Unhcr parcheggiati davanti al cancello che divide le due città. “Sono arrivati qui – racconta Ayşe – e Assad non li lascerà entrare. Gli aiuti umanitari non passano, i miliziani jihadisti sì. Le condizioni della popolazione nel Rojava, e nel resto della Siria, sono estremamente disagiate. Cerchiamo di portare acqua, cibo vestiti e medicine dall’altra parte, ma i soldati non ci lasciano passare, e allora dobbiamo lanciare le provviste oltre le recinzioni. Il governo ci attacca e sui giornali ci descrivono come contrabbandieri. Noi però continuiamo, perché dietro il filo spinato ci sono le nostre famiglie e i nostri amici, e noi dobbiamo fare qualcosa per aiutarli. Il confine degli Stati non è il confine dei popoli e questo muro non ci fermerà”.

La lotta di Ayşe e la sua determinazione dimostrano il ruolo chiave delle donne nella società curda. Sulle loro spalle pesa la gran parte delle responsabilità familiari. Rimangono sole nei villaggi mentre gli uomini partono per combattere. “Molte donne che hanno attraversato il confine alla ricerca di medicine per salvare i loro figli, sono morte sui campi minati o sono state uccise dai soldati – spiega ancora Ayşe – Altre aspettano anche giorni, settimane, sedute vicino al confine in attesa che il prefetto conceda loro l’ingresso per poter portare i figli, gravemente malati, negli ospedali”. Nei loro villaggi rischiano la vita, nei campi profughi subiscono violenze.

Ayşe si appella alle “organizzazioni internazionali” che devono “prendere una decisione e intervenire al più presto nel Rojava”. La convenzione di Ginevra disegna le linee guida per il comportamento che gli Stati devono tenere in caso di conflitto. “È stata firmata da tutti quegli Stati che si definiscono democratici – dice la sindaca – Ma dove sono adesso? Perché non intervengono? “. Il mondo, che per Ayşe è “un grande territorio comune dove tutti dovremmo collaborare, ha perso l’umanità: continuiamo a voler disegnare confini e costruire muri”.

Con le elezioni amministrative del 30 marzo il Bdp, nella città di Nusaybin, ha raggiunto l’80% dei consensi, ben 12 punti in meno rispetto alle precedenti elezioni nelle quali, il partito curdo, aveva conquistato il 92% dei voti. La sindaca non ha nessun timore per gli effetti generati dai risultati elettorali, che vedono l’Akp di Erdoğan trionfare in quasi tutto il Paese, ma non in questa zona: “Questo muro ha svegliato la popolazione, la gente ha aperto gli occhi e ha capito che anche se il governo cerca accordi con i curdi e si mostra incline alla collaborazione, in realtà non vuole portare la pace – Ayşe – Vuole maggior controllo su un territorio strategico e vuole dividerci tutti per indebolirci. Noi, questo muro, lo abbiamo distrutto nelle nostre menti. Non esiste Siria, Rojava o Turchia. Non esistono gli Stati, la terra è di chi la abita. La terra è nostra“.