Con il nuovo disco “Turn Blue”, continua il sodalizio dei Black Keys con l’etichetta Nonesuch, anche se il cammino del duo di Akron sembra prendere un percorso diverso rispetto gli album precedenti.

Dan Auerbach e Patrick Carney sono due personalità opposte che hanno trovato nella musica – fin dai tempi del liceo – il vero collante della loro amicizia. Agli inizi della loro collaborazione, i due arrivavano a chiudersi e provare nel seminterrato di casa per buona parte della settimana, forgiando un suono che ancora oggi rimane il loro marchio di fabbrica, a prescindere dalle influenze che si possono sentire al suo interno. “Brothers” prima e “El Camino” poi, sono stati i due lavori che li hanno consacrati al grande pubblico. In particolare “El Camino” si apriva con una travolgente “Lonely Boys”, che definiva quelli che sarebbero stati i confini sonori entro i quali ci si sarebbe mossi; unica concessione una prima parte acustica in “Little Black Submarines”, forse il brano più bello di tutto il disco proprio per questa contrapposizione dinamica, con una seconda parte elettrica e con palesi richiami alla chitarra di Jimmy Page.

In “Turn Blue” si assiste ad un vero e proprio capovolgimento di situazioni e il pezzo che molte band avrebbero messo a chiusura del disco, qui lo ritroviamo in apertura: “The Weight Of Love” non ha niente a che fare con la natura dirompente di “Lonely Boys”; il suo arpeggio, la sua apertura alla maniera floydiana di “Breathe” – che ritroveremo anche nella parte iniziale di “Bullet In The Brain” – e il suo fluttuare su atmosfere sospese, lasciano presagire ad un album maggiormente adagiato su sonorità più rilassate. Si tratta invece di un capovolgimento, infatti l’album si chiuderà con “Gotta Get Away”, dove troviamo un intro di chitarra che non può non far pensare ai Lynyrd Skynyrd. Tra questi due estremi si trovano tutta una serie di canzoni che sembrano singoli capitoli presi da libri diversi, dove però resta il marchio di fabbrica dei Black Keys.

Nell’album ci sono riversate dentro vicende familiari di Auerbach – reduce da un doloroso divorzio (“I searched far and wide hoping I was wrong. But maybe all the good women are gone” canta in “Gotta Get Away”) – immerse in un sound che si distanzia sempre di più da quello degli inizi. “Fever”, brano uscito come primo singolo e caratterizzato da una semplice linea di basso e da altrettanto semplici entrate dell’organo Farfisa, rimarca la notevole capacità del duo di riuscire a dar vita a composizioni destinate a diventare hit, ed anche in questo disco i tentativi di creare singoli radiofonici non sono mancati (“Year In Review”, “In Time”). Il suono saturo della chitarra di Auerbach è coinvolgente e affascina quando non sembra chiudersi in rigidi schemi: “It’s Up To You Now” (ritornano i Led Zeppelin) è uno di quei momenti, sublimato dalle affascinanti aperture usate per cambiare registro.

“Turn Blue” potrebbe delineare più di un’espressione dubbiosa nei volti di chi ha apprezzato i precedenti lavori dei Black Keys; continua ad esserci una base blues, ma è sempre più sfuggente e annacquata: sembra di ascoltare un “blues vestito a festa” pronto a scalare le classifiche.