Perdere il lavoro è un problema sul piano economico, ma non solo, perché il lavoro è uno dei pilastri dell’identità personale.

Trovarsi disoccupati comporta una perdita di definizione, di potere, di punti di riferimento.

Ho parlato di lavoratori autonomi, di imprenditori e di quanto possano influire lo stato d’animo e le vicende personali nello sviluppo di una crisi lavorativa, nel lavoro autonomo e imprenditoriale.

È diverso per chi ha un lavoro dipendente e non c’entra nelle decisioni aziendali di licenziare, anche se alcuni atteggiamenti personali possono avere il loro peso, tra un lavoratore ritardatario e uno puntuale potrebbe essere facile per l’azienda scegliere.

È diverso perdere il lavoro a 30, 40 o 50 anni. È diverso perderlo quando si vive ancora in famiglia, o se si ha una famiglia propria, quando ci sono figli o altre responsabilità a carico, per esempio un mutuo o altro.

È diverso se si considera la perdita come il risultato di fattori esterni (le decisioni dell’azienda, la crisi economica, la sfortuna) o di fattori interni (la capacità e adeguatezza personali e/o altri fattori insiti nella propria natura). Nel primo caso magari prevalgono sentimenti di rabbia, di ingiustizia, di rivalsa, con una maggiore stabilità nell’autostima e scarse percepite possibilità di assumere un ruolo attivo nel recupero. Nel secondo caso possono prevalere sentimenti di fallimento, di incapacità e indeguatezza personali, con una flessione nel sentimento di autostima, ma con maggiori possibilità di recuperare il controllo della situazione (se il problema è interno c’è la possibilità di intervenire).

Un giusto rapporto tra questi due poli, cioè un’attribuzione equilibrata di responsabilità sarebbe auspicabile.

Ma soprattutto può fare la differenza il significato che si attribuisce all’evento: se solo quello di un problema da risolvere o anche quello di un’opportunità da cogliere.

Ho già detto che perdere il lavoro significa perdere anche un sostegno importante dell’identità personale, perciò è importante trovare velocemente un sostegno sostitutivo: una prospettiva, un percorso da intraprendere, un progetto da inventare.

Ci sono attività che nascono proprio in seguito alla perdita del lavoro e nonostante la crisi.

Chi si ritrova disoccupato può ritirarsi dalla scena per un po’, per lo meno emotivamente, per un po’ lasciarsi andare alla disperazione – una reazione iniziale è comprensibile e necessaria per “ammortizzare il colpo” per elaborare quanto è accaduto – e poi provare a recuperare e magari avere una buona idea, coinvolgere altri o essere coinvolto da loro.

Potrebbe essere il passaggio da un tipo di lavoro a un altro, da un lavoro dipendente ad uno autonomo per esempio, che magari corrisponde anche ad un cambiamento psicologico personale oppure semplicemente essere un’esperienza di passaggio per non sentirsi inutili, mentre si cerca altro.