Questa volta è meglio iniziare dal finale. E non è mica questione di spoiler: semplicemente di rispetto. La sedia della felicità finisce bene, anzi benissimo. Questo significa che Carlo Mazzacurati ci ha lasciati con un’opera testamento che più gioiosa non si poteva. Un’ultima candida vetta innevata delle Alpi che si staglia in campo lungo e i nostri due eroi sfigati, Valerio Mastandrea (guarda l’intervista sotto) e Isabella Ragonese, che poco prima avevano rischiato burlescamente l’osso del collo, potranno finalmente pagare i loro debiti e magari godersi anche un po’ la vita. Per chi avrà voglia di andare a vedere il diciottesimo titolo della filmografia del regista padovano, scomparso soltanto il 22 gennaio scorso, l’appuntamento è giovedì 24 aprile 2014.

“Avevo da anni una novella in un cassetto regalatami da mia sorella, studiosa di letteratura russa”, spiegò Mazzacurati durante l’ultimo Torino Film Festival dove nel novembre 2013 avvenne la preview del film – Le chiesi se era vero che il film di Mel Brooks, Il Mistero delle 12 sedie, era tratto da questo racconto russo. Lei mi disse di sì: la novella nasceva da una trasmissione radiofonica che due autori sovietici (Ilf e Petrov ndr) avevano composto per la radio negli anni ’30 e poi l’avevano scritta e pubblicata ottenendo una fortuna talmente dilagante che il racconto divenne popolare tra i bimbi quanto Pinocchio da noi”. 

Al centro de La sedia della felicità c’è un tesoro nascosto, appunto, nella seduta di una sedia. Una delle dodici, però, vendute ad un’asta fallimentare ed appartenenti ad una ricca signora veneta deceduta in carcere. Inizia così l’avventurosa ricerca della sedia giusta per mezzo Nord Est, dalla laguna alle Alpi, da parte di un’estetista (Isabella Ragonese) e un tatuatore (Valerio Mastandrea) squattrinati, a cui si aggiunge un misterioso prete (Giuseppe Battiston) che incombe su di loro come una minaccia. I tre prima rivali, poi alleati, diventano protagonisti di un triello dagli echi alla Sergio Leone, tutto sventramenti di imbottiture e di incontri con i proprietari delle sedie, che non sono altro che grandi attori (Albanese, Citran, Bentivoglio, Orlando, tra gli altri) protagonisti dei più bei film di Mazzacurati. 

“Da questo spunto letterario hanno tratto circa 25 film in giro per il mondo”, affermò l’autore padovano, “e tu puoi talmente metterci del tuo, perché nessuno sa che ci sono versioni precedenti. La matrice comica è yiddish, dove ironia e catastrofe convivono. Spunto congegnale visto che per me la risata nasce spesso dalla catastrofe o dalla gente rovinata”. E per rendere bene l’idea di destino sventurato c’era bisogno di attori ‘stranieri’, o forestieri come si dice in Veneto, “che non appartenessero a quel territorio come Valerio e Isabella”. “Bruna somiglia ad una eroina dei film di Miyazaki”, ha raccontato la Ragonese ricordando le indicazioni di Mazzacurati nel realizzare il film: “Carlo sapeva farti ridere sia nel mescolare una battuta “bassa”, tipo ad un personaggio puzzano i piedi, con la grazia e l’autorialità di chi conosce il cinema ‘alto’ di qualità”. Prova dell’assunto la lunga maratona, con relative ispirazioni (per La sedia della felicità c’era Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson), di tutti i film girati da Mazzacurati e presentati dalla Cineteca di Bologna al cinema Lumiere. Tanto che nella hall tra la sala Mastroianni e Scorsese chi andrà a vedere il film potrà toccare con mano un esemplare di ‘sedia della felicità’ costruito dallo scenografo Giancarlo Basili, e i dipinti originali del film tra mucche, fratelli e cagnetti alpini. “Fa molto piacere – ha chiosato all’anteprima del film a Bologna Marco Pettenello, sceneggiatore di fiducia di Mazzacurati – che tutta quella storia lì, che tutti i film di Carlo, finiscano così in allegria come ne La sedia della felicità”. 

Il trailer