“Danno erariale alla luce della spending review e della funzione di controllo”. È il titolo di uno dei corsi di alta formazione per i dirigenti pubblici organizzato dalla Scuola superiore di economia e finanze (Ssef) dell’omonimo ministero. E allora? Potrebbe chiedersi il lettore. E allora la faccenda offre il destro a un delizioso paradosso essendo la Scuola di cui sopra non proprio un esempio operativo di sobrietà e oculatezza. A parte il fatto che di organismi simili ne esistono almeno altri quattro – la Scuola superiore della Pubblica amministrazione, quella dell’amministrazione locale, quella dell’Interno, più l’istituto diplomatico Mario Toscano – gli oltre 16 milioni di euro del budget 2013 della Ssef (erano 4,4 nel 2001) non sembrano ripartiti benissimo. 

GLI STIPENDI dei professori, per dire, sono un po’ fuori scala. La Scuola è dotata di tre docenti a tempo pieno, rinnovati ogni due anni, e altri dieci ordinari (a vita e assunti senza concorso) che nel 2013 si sono divisi la bellezza di 2,7 milioni di compensi. Tenendo presente che la retribuzione media di un professore ordinario dell’università è di circa 90mila euro l’anno, si può apprezzare la bontà con cui la Ssef tratta il suo personale. Il rettore Giuseppe Pisauro (che insegna pure a La Sapienza) guadagna, per dire, 201mila euro: ci può stare, si potrebbe obiettare, visto che 117mila gli derivano dal ruolo di gestore della baracca. I suoi due colleghi “a tempo” – la dirigente Istat Maria Teresa Fiocca e l’ex preside di Economia dell’università della Tuscia Giorgio Troi, già per sette anni alla Scuola superiore della P.A. – incassano invece rispettivamente 155mila e 98mila euro. Ottimi stipendi, ma ancora lontani dai fasti di cui godono alcuni degli “ordinari”, ruolo peraltro che saranno gli ultimi a ricoprire (tecnicamente, recita la legge, è “ad esaurimento”).

   A scorrerne l’elenco s’incontrano alcuni tra i migliori nomi della burocratja italiana: Vincenzo Fortunato, ad esempio, già magistrato amministrativo e potentissimo capo di gabinetto al Tesoro con Tremonti, Monti e Grilli, il quale mette insieme in un anno quasi esattamente il massimo dei compensi pagabili dallo Stato: 301mila euro e spiccioli. Buon per lui che la Invimit di cui è presidente, vale a dire la Sgr del Tesoro che deve vendere gli immobili dello Stato, sia formalmente privata: niente cumulo, niente tetto allo stipendio. Fortunato. Sempre 301mila euro l’anno guadagna Marco Pinto, consigliere di Stato con una pratica ventennale di servizio nei ministeri e, da ultimo, vice proprio di Fortunato al Tesoro. Si ferma a 295mila e dispari euro, invece, Francesco Tomasone, toga della Corte dei Conti e altro nome forte del sottobosco ministeriale.

SCORRENDO I NOMI si scopre poi che l’avvocato dello Stato e docente della Luiss, Maurizio Mensi, risulta il fortunato possessore di uno stipendio da 272mila euro l’anno, tallonato dal collega Giuseppe Nerio Carugno, capo di gabinetto di Alfonso Pecoraro Scanio nel 2000 e consigliere giuridico di Berlusconi l’anno dopo (246mila euro). Dietro di lui, la categoria comincia effettivamente a impoverirsi: la magistrato di Cassazione Valentina Lostorto, per dire, deve tirare avanti con 198.901,69 euro l’anno; il dirigente del Tesoro Gianfranco Ferranti addirittura insegna alla Ssef per soli 160mila euro e il magistrato Ernesto Stajano – già membro del Csm e deputato per il Patto Segni e poi per Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini – di 155mila euro l’anno.

Vanno infine denunciate due vere ingiustizie: la professoressa Maria Gentile, già avvocato della Usl di Rende (Cosenza) e dirigente del legislativo di palazzo Chigi alla fine degli anni Novanta (governi di centrosinistra), guadagna solo 116mila euro l’anno; l’ex uomo nero di Giulio Tremonti, Marco Milanese, il cui stipendio ammontava a 194mila euro l’anno, il 17 dicembre scorso se l’è visto decurtare a 97.166 euro. L’andazzo, va detto, è ormai antico: gli stipendi regali che vediamo oggi risalgono almeno all’inizio del 2006, quando al ministero – capo di gabinetto Fortunato – si decise che il compenso dei professori della Scuola doveva tenere conto del trattamento economico “complessivo” di provenienza.

I 2,7 MILIONI pagati ai professori, peraltro, non sono l’unica voce “costo del lavoro” nel bilancio della Scuola: se ne spendono altri 4 circa, infatti, per pagare i professionisti che insegnano nei corsi che la Scuola organizza (si tratta di migliaia di giornate di formazione l’anno). Da queste partecipazioni alcuni ricavano redditi di tutto rispetto: la psicologa Delia Duccoli, ad esempio, nel 2013 risulta la prima classificata con 60mila euro di compensi.

Nell’elenco delle prestazioni occasionali, per così dire, non mancano nemmeno voci bizzarre tipo i 3.500 euro spesi per un “corso d’inglese individuale” (di chi?). Tra le forniture, poi, c’è pure un appalto da 100mila euro per “soggiorni con finalità turistico-culturali”: servono a ospitare le delegazioni della prestigiosa Scuola centrale del Partito comunista cinese, con cui la Ssef ha un accordo di cooperazione dal 2005. In sostanza, i funzionari di Pechino vengono a fare cicli formativi sul “Sistema Italia” (tra i relatori, l’anno scorso, c’era pure il generale Carlo Jean) e intanto li si porta a vedere un po’ di bellezze della penisola.

ANCHE SUGLI AFFITTI, infine, la Scuola del ministero che sorveglia i conti pubblici largheggia: l’anno scorso ha speso per le sedi di Torino, Bari e Milano circa ottocentomila euro in tutto. Questo spreco lo si deve, però, a un vecchio colpo di genio dello stesso ministero del Tesoro: a suo tempo decise di vendere molte delle sue sedi per poi riaffittarle dal nuovo proprietario pagandole a peso d’oro.

da il Fatto Quotidiano del 21 marzo 2014 – Aggiornato da redazione web alle 13.38 del 22 marzo 2014