Un tempo si diceva: “Capitale corrotta, nazione infetta”. Oggi è il caso di dire “Capitale depressa e squattrinata, nazione allo sbando”.

Varie sono le esternazioni recenti da cui traspare un senso di profondo scoramento ed estremo pessimismo riguardo alle prospettive della nostra città. Secondo Carlo Verdone,  che giustamente se la prende con i palazzinari di ieri e i politicanti di oggi, tratta di un corpo in rianimazione che teme possa essere presto acquistato all’ingrosso da parte dei cinesi. Il mio collega blogger del Fatto Gabriele Corsi riscuote un invidiabile successo di pubblico auspicando un fallimento di Roma, che non si capisce bene in cosa dovrebbe consistere,  scegliendo come bersaglio esemplare, a mio avviso poco qualificante, i finti gladiatori che cercano di sbarcare il lunario facendosi fotografare con i turisti.  Autocommiserazione, cupio dissolvi e disfattismo dilagano. Il morale è indubbiamente basso, ma il livello, per dirla alla Pazzaglia, non è granché alto.

Certo la situazione è critica, ma andrebbe fatto uno sforzo per identificarne le reali cause.

Fra i luoghi comuni più duri da estirpare che nutrono una certa mitologia un po’ razzista e molto dannosa c’è quello di Roma ladrona, la città che camperebbe sulle spalle del resto del Paese, che si accompagna a quello dei Romani scansafatiche e che “se gratteno a panza”. Mitologia rinverdita di recente dal battibecco fra Renzi, che si atteggia a salvatore del nostro Paese nel suo complesso, compresa ovviamente la sua capitale, e il sindaco Marino, che più modestamente si batte per rimediare ai guasti dei precedenti governi capitolini, in particolare il micidiale quadriennio di Alemanno.

Invece, le radici reali della crisi di Roma risiedono anche e soprattutto in motivazioni di carattere generale. La finanza locale è in crisi in tutto il mondo e da molto tempo oramai. Come scrive Marco Bersani in una dettagliata analisi pubblicata dal manifesto di qualche giorno fa, è in atto una vera e propria “guerra sporca” contro gli enti locali. Le motivazioni sono chiare: “Poiché l’enorme massa di ricchezza privata prodotta dalle speculazioni finanziarie, che ha portato alla crisi globale di questi anni, ha stringente necessità di trovare nuovi asset sui quali investire, è intorno ai beni degli enti locali che le mire sono ogni giorno più che manifeste”.

Altro che cinesi, quindi. Ci sono forze finanziarie, in quanto tali dotate in abbondanza di denaro, che vorrebbero appropriarsi dei beni comuni e dei servizi pubblici. La strategia dello strangolamento degli enti locali, lucidamente perseguita da pressoché tutti i governi negli ultimi decenni è volta a raggiungere questo obiettivo. Alla faccia di indiscutibili pronunciamenti democratici come quello che è scaturito dal referendum per la salvaguardia dell’acqua pubblica, che lorsignori  si affannano a sotterrare in ogni modo. E giungendo al punto di svendere un patrimonio ambientale inestimabile, come nel caso dell’abete bianco più grande d’Europa messo in vendita dal Comune di Serra San Bruno.

Come afferma Marco Bersani (da non confondere con il suo più noto omonimo), gli enti locali sono destinati per tale motivo a diventare un luogo centrale dello scontro sociale dei prossimi anni. Beni e servizi pubblici vanno difesi, con la mobilitazione dei cittadini, mediante l’occupazione fisica degli spazi e la richiesta di un nuovo sistema fiscale e dei trasferimenti che consenta agli enti locali di svolgere la propria essenziale funzione sociale.  Che è anche funzione democratica, perché la partecipazione deve ripartire dal basso, insieme alla solidarietà,  o morire definitivamente per lasciare le nostre città in preda a un deserto popolato da tristi e decerebrati  automi in lotta gli uni contro gli altri.

Va inoltre avviata un’inchiesta di massa sul debito pubblico della città di Roma, che consenta, anche attraverso il contributo degli specialisti, di identificare le reali cause dell’attuale situazione di dissesto. Sono convinto che avremmo molte sorprese e che sul banco degli imputati, insieme ad Alemanno, potrebbero essere costretti a salire anche numerosi altri amministratori di questa o quella banda. E’ sicuramente per questo che un’iniziativa del genere fatica oggi a partire, ma si tratta di un motivo in più per attuarla senza guardare in faccia a nessuno.

Ho visto “La grande bellezza” e confesso che mi è piaciuto, qualche sonnecchiamento a parte (era l’ultimo spettacolo e la mattina mi sveglio molto presto). Ma sono convinto che la grande bellezza e ricchezza di Roma sia costituita dai suoi cittadini. Anche e direi soprattutto quelli di origine marocchina, peruviana, bangladesha, filippina e di molte altre parti del mondo che affollano oggi i quartieri della cintura popolare della nostra città e le occupazioni residenziali che non cessano di estendersi. Il destino di Roma è nelle nostre mani, smettiamo di autoflagellarci e di frignare e passiamo all’offensiva per salvaguardare i diritti nostri e quelli della città che, per essere eterna, sopravviverà anche al capitalismo predatore, ai  suoi inconsulti profeti e ai suoi meschini funzionariucoli, di partito o meno.