E da lunedì che leggo paragoni tra la Roma de La Grande Bellezza e quella reale.
Ricordate il raddrizzamento della Concordia? Ricordate il profluvio di “questa è una metafora… il Paese va raddrizzato esattamente così…” eccetera eccetera?

Non ne posso più.
E non per colpa del meraviglioso film di Sorrentino.
Perché leggo – a parte rari casi – di una città che non esiste.
Ve lo dice un romano, che la città la vive. 

Uno che quando ha sentito dire da un deputato della Lega che non era giusta questa continua assistenza economica nei confronti della Capitale ha pensato: “Ha ragione da vendere”.

Vi spiego quello che vedo io.
A due passi dal Colosseo.
Vedo il ristorante trappola per turisti (quello degli spaghetti precotti) sempre stracolmo. Sarà per via dell’insistenza dei buttadentro e dell’incredibile numero di recensioni positive su Tripadvisor. Per uno strano caso statistico sono tutti clienti che hanno espresso solo una volta il loro parere, solo su questo ristorante e sono tutti entusiasti. L’ultima recensione è di Marco dell’Illinois: “Se magna bene e se spende poco”. Tipico accento americano. Credo.
Ormai i tavoli all’aperto sono ovunque. Anche davanti ai portoni.
Le denunce e le segnalazioni dei residenti, stranamente, si smarriscono.

Vedo un paio di gladiatori finti minacciare una coppia di turisti orientali spaventati – “Five euro pe’ na picture? Ma stamo a scherza’?” – con le daghe. Quelle, invece, vere.
Un vigile è di spalle e sta prendendo un caffè in un punto ristoro ambulante. Che, come chi vende le caldarroste, le cartoline, i monumenti in miniatura, fa capo – da sempre – alla stessa famiglia. Anche qui la statistica risulta bizzarra. 

Parlano in continuazione di allontanarli, di multarli, di regolamentarli, ma, i finti gladiatori sono sempre lì. Danno vita a proteste eclatanti. Minacciano di buttarsi giù dal Colosseo. Perché “con questi due spicci do da mangiare alla mia famiglia”.
Peccato che poi li vedi entrare con le borse firmate alla palestra che Madonna (Ciccone) ha voluto aprire proprio qui.

Passeggio per il Colle Oppio. Che dovrebbe essere, solo per la vista, il parco più bello di Roma. Nel roseto dove mio nonno mi portava a passeggiare è rimasta solo un’intelaiatura arrugginita di ferro. I genitori tengono alla lontana i bambini, per paura che cada sulle loro teste. Il resto è uno schifo. Una discarica vergognosa. Gli stranieri sono così impegnati a fotografare l’immondizia da non rendersi neanche conto che alle loro spalle c’è il Colosseo.

L’altro parco, quello del Celio, strappato all’abusivismo, ormai è un cantiere aperto (“Metro C di Roma”), dove non si capisce se qualcuno stia lavorando. Sul cartello “Termine Lavori” non si legge bene l’anno. Ma si parla del 2020.

Qualcuno ha affisso un lenzuolo con scritto: “Fate pure con calma. Per quando avrete finito avremo tutti la patente. Firmato: i bambini del quartiere”.

Vedo una coppia di turisti americani con lo sguardo sperso. Gli chiedo se posso aiutarli. Mi fanno leggere un foglio con su scritto un indirizzo e il nome di un bed and breakfast. Sul citofono, però, non risulta. Dopo poco si catapulta giù da una Smart una signora e quasi li spinge a forza nel portone dicendomi: “Sono dei miei amici! Non si ricordavano l’indirizzo!”. Ah, ecco.

Vedo macchine parcheggiate ovunque, sporcizia e incuria. Che ormai non ci fai quasi più caso.

Davvero. Dovremmo fallire.
Per un anno nessun turista, nessun visitatore, nessuno studente straniero.
Nessuno.
Tutti noi costretti a vivere non grazie a quello che ci hanno lasciato i nostri avi, ma grazie alle nostre forze. Costretti a far quadrare i conti. Non pensando “poi ci pensa papà, che ci dà la paghetta”. 

Non so come si sentano i miei concittadini.
Ma accettare in continuo questo tipo di elemosina, questo, davvero, mi fa sentire fallito.