Dopo quasi tre anni, è caduta l’accusa di finalità eversive nei confronti dell’ordine democratico. Il pubblico ministero Morena Plazzi ha portato infatti davanti al tribunale di Bologna le sue richieste di condanna per gli attivisti del circolo anarchico cittadino Fuoriluogo, chiuso dalle forze dell’ordine nell’aprile 2011. E nella sua requisitoria il sostituto procuratore ha spiegato che, alla luce di quanto emerso dal processo, “non c’è eversione”. Rimangono tuttavia le richieste di condanna per il reato di associazione a delinquere finalizzata a reati quali danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale, manifestazioni non autorizzate, lesioni. L’accusa ha chiesto così quattro anni per Stefania Carolei, tre anni e sei mesi per Martino Trevisan, Roman Nicusor e Robert Ferro, ritenuti dall’accusa promotori e organizzatori dell’associazione a delinquere. Condanna a due anni per altri dieci attivisti: Maria Pistolesi, Maddalena Calore, Simone Ballerini, Giuseppe Valerio Caprioli, Mattia De Santis, Francesco Magnani, Sirio Manfrini, Mirko Marotta, Stella Paola Molina, Roberto Nadalini. La pm ha chiesto anche l’assoluzione per altre sette persone imputate: Miriam Bugiantella, Maria Rosa Cassano, Piergiorgio Girolimini, Maria Emma Musacci, Elena Riva, Salvatore Soru, Maurizio Ugolotti. Già in sede di udienza preliminare il Gup aveva dichiarato il non luogo a procedere per altri sei attivisti.

La vicenda giudiziaria era iniziata il 6 aprile 2011 quando il circolo di via San Vitale era stato sequestrato dopo mesi di pedinamenti, intercettazioni (una microspia inserita in una fotocopiatrice e una telecamera fissa avevano costantemente spiato il gruppo) da parte dei poliziotti della Digos coordinati dalla procura della Repubblica. Stefania Carolei, 57 anni, anarchica di lungo corso, Nicusor Roman, Anna Maria Pistolesi, Martino Trevisan e Robert Ferro quel 6 aprile furono arrestati e portati in carcere con l’accusa di avere violato l’articolo 270 bis del codice penale, quello che punisce, appunto, eversione e terrorismo.

I cinque furono rilasciati dopo essere stati per oltre tre mesi dietro le sbarre. Tuttavia, già in quei mesi il tribunale del riesame, nell’occuparsi della scarcerazione degli indagati, disse che nonostante gli indagati “promuovevano, costituivano, organizzavano e partecipavano a un’associazione a delinquere finalizzata al compimento di un indeterminato numero di azioni delittuose con violenza contro persone e cose”, non c’erano indizi per provare l’aggravante della finalità eversiva. Infatti, scrissero già allora i magistrati “non c’è una palese volontà di creare un clima di tensione tanto grave da determinare uno stato di paura nella cittadinanza”. Nonostante ciò la procura della Repubblica aveva perseverato nella linea di contestare anche questo reato che, in caso di condanna, prevede pene dai 7 ai 15 anni di reclusione.

Ora, dopo tre anni e un dibattimento durato diversi mesi, con le udienze sempre affollate dai compagni dei 21 imputati, la pm ha riconosciuto davanti al tribunale che la componente ideologica era il collante dell’associazione, ma che questa non coincideva con lo scopo delle azioni violente contestate al gruppo. “Azioni violente – ha spiegato la pm in aula – dalle quali peraltro nessuno degli imputati nelle dichiarazioni spontanee rese a processo (nessuno degli imputati ha accettato le domande delle parti, ndr) ha mai preso le distanze”.

L’attività del circolo Fuoriluogo era partita nel 2006. Ufficialmente il luogo di ritrovo era nato come centro di documentazione. Tra le battaglie più importanti dei suoi militanti in questi anni ci sono state quelle per i diritti dei migranti e per la chiusura dei Cie. Tuttavia secondo l’accusa, sono proprio quei militanti i responsabili di diverse azioni di danneggiamento commesse a Bologna e non solo e di tante manifestazioni pubbliche sfociate in scontri con le forze dell’ordine. Secondo l’accusa il circolo Fuoriluogo di fatto affiancava alle campagne pubbliche, con presidi e manifestazioni, le azioni più violente, dai danneggiamenti alle occupazioni. Uno dei gesti più clamorosi fu l’occupazione della Torre degli asinelli da parte di due militanti del circolo che vi rimasero asserragliati per tre ore dopo avere costretto il custode a uscire dal portone.