Quando la scorsa settimana a Berlino Diao Yinan ha vinto l’Orso d’Oro e Lou Ye il premio per la migliore fotografia, Zhou Tiedong – presidente dell’organo governativo China Film Promotion International – ha annunciato con un Tweet che per il cinema è arrivato “il decennio cinese”. Nel 2013 il botteghino della Repubblica popolare ha fatturato oltre 2,6 miliardi di euro, il 28 per cento in più rispetto all’anno precedente. E qualcuno predice che il mercato cinese supererà quello americano entro il 2020.

Secondo Wang Jianlin – fondatore e presidente del potente gruppo Wanda che investirà in Cina più di sei miliardi di euro nella costruzione degli studios più grandi del mondo – il sorpasso arriverà addirittura prima. Il tycoon è convinto che il botteghino cinese supererà quello statunitense nel 2018, mentre per il 2023 l’avrà già doppiato. Wang si è detto guidato da due idee fondamentali nel suo progetto: il soft power e il mercato. Se il primo fa piacere al governo, è soprattutto al mercato si che guarda con interesse.

“I cinesi sono un miliardo e trecento milioni e sono sempre più ricchi. Ogni anno la Cina inaugura 4mila nuovi cinema”, ha detto Wang annunciando il suo progetto. Una visione che hanno fatto propria i francesi che nel 2013 hanno promosso qui il loro cinema arrivando all’ottimo risultato di 5,2 milioni di biglietti venduti . Anche l’Italia ha cominciato a muoversi in questo senso attraverso l’Anica – l’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali – che a giugno dell’anno scorso ha aperto un desk a Pechino anche per facilitare la distribuzione delle pellicole italiane nel mercato cinese.

Ci provano da più tempo gli Stati Uniti. Ma solo 34 colossal e pochissimi film indipendenti sono ammessi nel mercato cinese. E ai produttori torna una quota spesso inferiore al 25 per cento degli incassi al botteghino. Nonostante questo, il gioco deve valere la candela. Capita infatti spesso che le versioni dei film destinati al mercato cinese abbiano scene in più o in meno rispetto alle versioni originali. Un modo per compiacere il pubblico cinese o evitare la censura.

Ma il vero punto interrogativo sono le pellicole cinesi. È come se il governo volesse tenere aperte due strade non destinate ad incontrarsi. I film destinati al mercato interno non funzionano all’estero. L’anno scorso “Lost in Thailand”, una commedia cinese che ricalca un po’ il successo hollywoodiano di “The Hangover”, ha guadagnato quasi 140 milioni di euro al botteghino cinese. Non ha avuto invece lo stesso successo negli Stati Uniti, dove ha staccato biglietti solo per 43mila dollari.

Dei 640 film prodotti lo scorso anno, solo 45 hanno ricevuto la licenza per l’estero. Il risultato è stato un profitto magro, se paragonato agli incassi in patria. Solo 125 milioni di euro. Il governo vuole che i prodotti cinesi siano universalmente riconosciuti come degni di valore, ma è allo stesso tempo molto attento al modo in cui viene raccontata la Cina. Anche un riconoscimento come un premio internazionale, infatti, non è garanzia di una buona accoglienza all’interno della grande muraglia. Un esempio? A “Touch of Sin”, l’ultima fatica del pluripremiato regista Jia Zhangke, che ha vinto Cannes 2013 come migliore sceneggiatura non ha ancora ricevuto il nulla osta per le sale cinesi.

Fortunatamente “Black Coal Thin Ice”, non sembrano seguire lo stesso percorso. Il regista Diao Yinan ha raccontato all’Economist di aver passato otto anni a inserire elementi più commerciali nella trama del suo film. Attività che forse lo ripagherà in patria. “Ho visto io stesso il certificato di approvazione” ha dichiarato sicuro che il suo film sarà nelle sale cinesi nei prossimi mesi. Se la storia gli darà ragione, potremmo effettivamente dire che “stiamo entrando nella decade cinese”. Anche nel cinema.

di Cecilia Attanasio Ghezzi