Tutta l’attenzione mediatica e i commenti di questa seconda giornata di consultazioni si sono concentrati, come era prevedibile, e come si proponevano i due protagonisti per opposti motivi sul “non incontro” tra Renzi e Grillo.

Naturalmente, ma anche questa è una non-notizia, l’informazione si è super-schierata con il Presidente del Consiglio incaricato che sa come essere accattivante e spiritoso con i giornalisti, i quali lo ricambiano con grande generosità. Mentre per raccontare il monologo di Grillo, che peraltro ognuno ha avuto modo di vedere e valutare in streaming, c’è stato anche qualche giornalista che, testualmente, durante la diretta su La7, l’ha definito, senza mettersi a ridere “di un’aggressività pulp, alla Tarantino”.

Sono passati invece sottotraccia i circa cinque minuti di intimità che Renzi e Berlusconi si sono ritagliati a margine della consultazione, durante i quali sono usciti tutti gli accompagnatori. Solo Enrico Mentana ha ritenuto di commentare il vis à vis esprimendo il rammarico per non averlo potuto vedere, con l’aggiunta “ma questo non poteva avvenire in streaming…”.  

Dopo la consultazione con FI e i cinque minuti riservati con Berlusconi, chissà, per quale coincidenza, Matteo Renzi ha reintrodotto il capitolo giustizia nel cronoprogramma delle riforme che fino a ieri comprendeva oltre alla legge elettorale, ulteriormente blindata, la riforma del lavoro, della PA e del fisco, la revisione del Titolo V e l’abolizione del Senato.

E sempre per rimanere sul tema giustizia anche i diktat che si stanno palleggiando sul nome del Guardasigilli, il Ncd come partner di governo palese e FI in qualità di socio occulto in veste di “oppositore responsabile” sono eloquenti quanto tristemente obsoleti.

Il ministro della Giustizia deve essere “garantista”, aveva già intimato Alfano, e ci vuole poca fantasia per immaginare quali nomi siano stati fatti in quei cinque minuti tutti per loro, tra Berlusconi e Renzi.

Intanto è uscito definitivamente di scena quello di Livia Pomodoropresidente del tribunale di Milano, depennata da Berlusconi in quanto magistrato anche se da sempre in buoni rapporti con la politica e non suscettibile di inclusione tra “le toghe rosse“.

Anche sui criteri di scelta per il ministro della Giustizia, a prescindere dai nomi che circolano per gli altri ministeri-chiave, Renzi “l’innovatore” dovrebbe rendersi conto che dopo un ventennio di leggi ad personam, più condivise che meno, c’è anche nel suo elettorato, non solo in quello grillino dove pretenderebbe di pescare, l’aspettativa per un segno netto di inversione di rotta.

Il problema è se vuole rendersene conto e se è politicamente libero di farlo.

Tutti i nomi che stanno circolando dalla Severino a Vietti, da Guido Calvi (gradito a Berlusconi in quanto legislatore “garantista” e avvocato dei potenti ma che si sarebbe chiamato fuori) ad Andrea Orlando, fino ad un ex guardasigilli di 18 anni fa come Flick non fanno che rimandare a dejà-vu che si perdono nel tempo o a logori sequel dei governi Monti e Letta.