Una ragnatela d’interessi con rapporti segretissimi e a più livelli. Professionisti, insospettabili, manager ma anche un vice-prefetto tutti felici e in rapporti con il clan Contini. Una storica cosca napoletana nata, cresciuta e radicata nella zona Vasto-Arenaccia dalle parti della stazione centrale di Napoli. Un’organizzazione tentacolare che nonostante la detenzione del boss Eduardo Contini detto O’ romano e del suo braccio destro nonché cognato Patrizio Bosti ha continuato a vivere di vita propria. Un meccanismo perfetto costruito come un orologio svizzero. Una storia di camorra di alto lignaggio nata dalla genesi dell’alleanza della Nuova Famiglia. Anche i bamboccioni di ultima generazione della criminalità, i gruppuscoli malavitosi sempre in guerra tra loro per il controllo del mercato della droga quando sconfinavano oppure solo immaginano di circumnavigare la zona del Vasto-Arenaccia si fermavano e spaventati ammettevano: “Non scherziamo lì ci sono i Contini”.

Un mito criminale, un’entità, un’istituzione (in tutti i sensi) che nel corso degli anni ha regnato a Napoli e soprattutto lontano da Napoli. È la camorra vera, infiltrata e addentro a mondi e universi paralleli. Finanziariamente disinvolta e con agganci importanti nel cuore della società. Una straordinaria struttura cresciuta come una quercia e che affonda le sue robuste radici nel terreno della vita quotidiana. Un’organizzazione che approfittando della crisi economica internazionale è riuscita a consolidarsi e diventare una “piazza finanziaria” con il riciclaggio del denaro e il reinvestimento di ingenti capitali nei nuovi business. Tecniche, strategie e conoscenze raffinatissime. È il volto della camorra vera quella che il compianto studioso e sociologo Amato Lamberti descriveva e denunciava nel più assoluto isolamento: accademico, politico e sociale.

Lo spaccato che fuoriesce dall’inchiesta “Pizza connection” è tutto da analizzare e decriptare. Una holding affaristico-criminale scardinata dalla Procura di Napoli grazie all’impegno di magistrati rigorosi come Marco Del Gaudio e Ida Teresi e con il sapiente coordinamento della Procura nazionale antimafia guidata da Franco Roberti e che ha visto le investigazioni dei sostituti procuratori nazionali Filippo Beatrice e Francesco Curcio (questi ultimi con Roberti per anni costituivano il cuore del pool anticamorra). I numeri fanno accapponare la pelle. Novanta arresti in tutta Italia e il sequestro di numerose e svariate attività economiche per lo più distribuite su Roma e Toscana, conti correnti, immobili, per un valore complessivo di oltre 250 milioni di euro. Un livello di collusione, collaborazionismo e complessità per numero di persone coinvolte che la dice lunga sul senso etico e impermeabile dei vari settori della nostra società.

Donne e uomini a disposizione del sistema. Professionisti in sonno pronti a svegliarsi all’occorrenza e offrire i propri servigi. Dalle duemila carte dell’ordinanza emergono dettagli, particolari, episodi finiti sullo sfondo delle cronache ma che, invece, ben descrivono il mondo a parte, la sostanza, la filigrana di un potere, potere. A Napoli il direttorio del clan sceglieva – alcune volte – come location per incontri, riunioni, messa a punto di strategie, un ospedale. Si, proprio così. Il “San Giovanni Bosco”, una struttura sanitaria di frontiera collocata non molto distante dall’aeroporto di Capodichino e in linea d’aria vicino al rione Amicizia, considerato la roccaforte del clan Contini era il “luogo sensibile” del clan, l’ufficio. Il bar e il ristorante interni del nosocomio come del resto un parcheggio erano gestiti da uomini dei Contini. C’era un infermiere – secondo le indagini – che nei fatti fungeva da elemento di collegamento tra il quartiere e i boss durante la latitanza. Ognuno sapeva cosa fare e quando farlo.

Ciò che appare normale, quotidiano, a volte non lo è. Occorre guardare dentro. Mettere le mani su ospedali, gestire supermercati, bar, ristoranti, pizzerie, locali notturni, negozi di alimentari, distributori di benzina è un canovaccio studiato analiticamente dal clan. Avere direttori di banche e finanziarie a disposizione è possedere le leve del potere. I Contini hanno puntato alla normalità: infiltrarsi, contaminare, vivere la vita di tutti i giorni diventando un pezzo, uno strato, un collante della società intesa come luogo proprio della vita e degli interessi della gente.

La domanda è puntuale: i Contini come hanno potuto fare tutto questo da soli? Mi chiedo: l’enorme potere di mobilitazione, aggregazione, chiamata alle armi della cosca è stato mai sfruttato da qualche politico? Le varie Commissioni parlamentari antimafia hanno mai percepito l’esistenza di questo sistema? E se no, non occorre urgentemente rivederne i meccanismi della stessa Commissione ? E poi, se Eduardo Contini e Patrizio Bosti hanno avuto tutto il tempo di intarsiare il loro potere enorme non è forse giunto il momento di legiferare norme antimafia più stringenti e serie? Perché le istituzioni e in particolare il Parlamento continuano a ignorare questi temi e non inseriscono la lotta alle mafie economiche ai primi posti dell’agenda del fare?