Qualche giorno fa – e le polemiche sono tutt’altro che sopite – un senatore di primo pelo ha avvicinato Sua Maestà Akihito – che la vigente Costituzione definisce “simbolo dell’unione del popolo giapponese” e all’articolo 4 indica dettagliatamente gli atti che deve compiere – durante un ricevimento e anziché limitarsi agli inchini e alle frasette di circostanza l’ha letteralmente bloccato intrattenendolo sulla gravità della situazione a Fukushima. “Maestà, non so se lei se ne rende conto, ma avremo migliaia di bambini malati di cancro nei prossimi anni e la situazione alla centrale è drammatica. La prego, faccia qualcosa”, pare gli abbia detto, facendosi sentire da altri, il senatore. Non solo: per essere sicuro che dell’evento restasse traccia, Taro Yamamoto, così si chiama il giovane senatore, gli ha anche consegnato una lettera di 4 pagine, vergata a mano.

Al povero senatore – che tuttavia per ora si rifiuta sia di chiedere scusa sia di dimettersi – gliene hanno dette di tutti i colori: arrogante, esibizionista, provocatore. Attentatore della Costituzione. Addirittura. Tra tutte, questa mi sembra francamente la più grossa corbelleria, e offre l’occasione per cercare di capire chi siano i “reali” del Giappone e che razza di vita siano costretti a condurre, solo perché alla fine della guerra, anziché porre fine ad un sistema imperiale che tranne brevi periodi era stato più cerimoniale che istituzionale, gli americani decisero, per tutta una serie di ragioni, di mantenerlo in piedi, pur imponendo la rinuncia ad ogni pretesa divina e a qualsiasi ruolo politico. Anche quello di ricevere, e magari rispondere, ad una lettera? E che ci sarebbe mai di male?

Sia il Papa che il Dalai Lama, le altre due figure “teocratiche” in qualche modo (mi aspetto qui una valanga di improperi dagli yamatologi di rango) istituzionalmente paragonabili, come sosteneva Fosco Maraini nel suo meraviglioso saggio “L’Agape Celeste”, dedicato alle cerimonie di insediamento e ai riti di iniziazione del nuovo imperatore, hanno una intensa corrispondenza privata, che a volte, ma non sempre, viene resa pubblica. Ma non è certo un problema di poter leggere o scrivere, liberamente, una lettera. Nei confronti della famiglia imperiale “ristretta” (composta attualmente da 5 persone: l’Imperatore e la sua consorte Michiko, il principe ereditario Naruhito, la moglie Masako e la figlia Aiko) si pone, sin dal momento in cui è stata approvata la Costituzione (scritta e anche tradotta dagli americani) un vero e proprio problema di “status” giuridico, di ruolo (formale, percepito, imposto). Ricordiamo, a proposito, le recenti vicende della “povera” Masako, la principessa “triste” precipitata in una lunga depressione per l’incapacità (o, come qualcuno sostiene, il tentativo di opporsi) di sottostare ai ritmi impressionanti del cerimoniale, di veri e propri diritti umani.

I membri della famiglia imperiale, tanto per cominciare, non sono cittadini comuni. Non hanno un cognome, non sono registrati in alcun koseki (stato di famiglia), non possiedono documenti personali, non hanno diritto di voto né attivo né passivo. Da dèi ad apolidi, insomma, visto che giuridicamente parlando, non sono “cittadini”. La cosa è particolarmente complicata – e immaginiamo fastidiosa – per chi, come l’attuale imperatrice Michiko e l’attuale principessa ereditaria Masako un cognome, ed i relativi documenti ce li avevano. Hanno dovuto formalmente rinunciarvi, consegnandoli ai funzionari del Kunaicho, la potente, arcigna e decisamente poco trasparente “Agenzia Imperiale”. Un migliaio di persone, solo 212 “statali” (quasi tutti di provenienza dal ministero della Giustizia, degli Esteri e della polizia), gli altri più meno “precari”, anche se alcuni lavorano come custodi, giardinieri, camerieri da oltre trent’anni.

Lavorare per l’Agenzia Imperiale è un privilegio sociale (molti lo fanno ancora oggi gratis) non certo economico. Niente di paragonabile alle condizioni contrattuali, tanto per fare un esempio, dei dipendenti del Quirinale. Per curiosità abbiamo guardato i costi: l’Impero, che consta di 19 residenze, costa ai contribuenti giapponesi 222 milioni di euro, dieci milioni meno del Quirinale. Ho avuto occasione più di una volta di entrare nel Palazzo Imperiale (una volta, nel 1986, in occasione della visita del presidente Pertini mi ci perdei, finendo nelle cucine, stupendomi del livello francamente inadeguato) e di avvicinare, sia pure per pochi minuti, sia l’attuale imperatore Akihito che il principe ereditario Naruhito. Con l’Imperatore, quando era ancora principe della Corona, ci giocai anche a tennis, nel lontano 1984, venne ad inaugurare l’annuale torneo della stampa estera. Lo battemmo 6-3, assieme al suo Gran Ciambellano.

E se sulla figura del nonno/padre Hirohito continuo ad avere enormi dubbi sull’operazione di “purificazione” compiuta dagli americani (in altre parole: andava giustiziato, tanto per essere chiari) sui suoi discendenti non si può che dire un gran bene. Persone gradevolissime, colte, attente. Sensibili. Ma esprimono una grande tristezza, una gran sofferenza. Per carità, la vita di corte può essere a volte pesante, ovunque, ma in genere ci si diverte pure. Se solo una parte degli episodi che racconta Ben Mills nel suo super censurato (dall’editore locale) libro su Masako “La prigioniera del trono del Crisantemo” sono veri (come il ripetuto “sequestro” del cellulare, il divieto di ricevere chiamate e visite e addirittura, quando si parlava di possible divorzio, il divieto di aver libero accesso al marito) la vita, nel Palazzo del Crisantemo, deve essere davvero dura. Chissà – ma sono pure speculazioni – quante volte i due avranno pensato di svignarsela, nottetempo, e riemergere in qualche atollo. Forse è per questo che non gli danno un passaporto.