Milioni di tonnellate di rifiuti ospedalieri, industriali e addirittura radioattivi stipati dappertutto: sotto le sopraelevate della superstrada Caserta-Napoli, vicino ai campi sportivi, nelle cave per l’estrazione della sabbia, sotto le coltivazioni, dove pascolano le bufale, persino nei corsi d’acqua e nei laghi.

La desecretazione dell’audizione del pentito Carmine Schiavone nell’ambito della commissione d’inchiesta sulle eco-mafie, fornisce la prova della gravità dello scempio ambientale compiuto lungo decine di anni in Campania e nel basso Lazio.

La rimozione del segreto su un documento tanto importante è una buona notizia ovviamente, giacché permette ai cittadini (in primis agli abitanti di quei luoghi) di comprendere appieno le modalità attraverso cui una tra le zone più belle e fertili d’Italia è stata trasformata in un ricettacolo di morte e degrado.

Ciò che meno convince è la tempistica dell’intervento: la desecretazione è intervenuta ben 16 anni dopo le dichiarazioni del boss, che in sostanza ripetevano (corredate dai documenti) le informazioni che aveva già fornito agli organi inquirenti nel periodo successivo al suo pentimento, cioè dal 1993 in poi.

Il ritratto che ne esce è quello di un apparato il cui agire risultava “legittimato” dagli appoggi della politica locale (e anche da una cittadinanza a volte ignara, a volte impaurita, a volte distratta) che ha infettato ogni scampolo di libertà d’impresa e l’intero ciclo della gestione dei rifiuti. Tale sistema usava il territorio come fattore di produzione del denaro: i protagonisti importavano dietro grandi compensi i rifiuti dal nord Italia e da mezza Europa, in cambio offrivano buche da riempire. Dunque succedeva ciò che Roberto Saviano ha raccontato in Gomorra ormai 7 anni fa, destando un vespaio di polemiche.

Si leggono nel documento, poi, frasi di questo tenore, pronunciate per bocca di un mafioso: “La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato… Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza dei clan questo avrebbe forse potuto esistere?”. A parte i toni e la caratura del personaggio, un’accusa di questo tipo (un refrain che ritorna spesso nelle dichiarazioni dei mafiosi e dei pentiti) avrebbe dovuto causare una levata di scudi da parte delle più alte cariche di uno Stato calpestato e infamato e, in definitiva, della politica intera.

In molti, vi assicuro, anche non campani, ci aspettavamo la convocazione di una conferenza stampa in cui si spiegassero ai cittadini le strategie dello Stato per reagire alla catastrofe, illustrando le responsabilità di chi doveva controllare e indugiando anche sulle responsabilità di chi dall’estero ha conferito rifiuti speciali e addirittura fanghi radioattivi (che evidentemente non tutti possono produrre).

A parte le poche voci fuori dal coro, invece, la politica ha continuato impassibile nella sua soap opera sempre meno avvincente. Sarebbe stato bello sentire che la prossima missione del Governo fosse stata, prima ancora che il Tav, il recupero del territorio tramite un progetto di bonifica fatto con le migliori tecnologie e basato sul rilancio economico successivo dei siti recuperati. Insomma, un contenuto di serietà e speranza per quel ch’è possibile, tra gli schiamazzi e gli starnazzamenti generali.

Sarebbe stato rispettoso per la gravità della situazione. Sarebbe stato un bel messaggio di vicinanza a quella che la Presidente della Camera Laura Boldrini ha chiamato “parte lesa” della vicenda. Sarebbe stato un bel colpo di reni. Purtroppo, però, questa storia, un horror degno di Halloween e del ponte dei morti, ha da sempre interessato, più che i reni, bocche voraci e coscienze tombate in fondo a un buco, come i rifiuti.