Rende perplessi il tono emotivo, da messa solenne, da processione contro la peste, con cui le istituzioni hanno risposto all’emergere dei miasmi della nostra storia nazifascista, officiando scomuniche, scagliando anatemi, promuovendo esorcismi che accomunano le forze politiche in un’unica voce. Rende perplessi, perché la memoria della Shoah non può diventare una religione, né un obbligo, ma una scelta, un percorso di conoscenza umana e storica, un libero accogliere le voci dei testimoni, l’esistenza dei luoghi testimoniali e i libri di chi ha analizzato prove e documenti: un paziente e appassionato ricucire le storie individuali con la storia collettiva. Tutto questo non può essere fatto per legge, ma per un legame politico e culturale che fonda una collettività. Rendere reato il negazionismo, significa sancire la sconfitta dell’educazione.

Colpisce la condanna unanime, il vituperio gettato su quei pochi senatori che – nemmeno mettendo in dubbio la necessità di punire con la reclusione chiunque dovesse negare “l’esistenza di crimini di genocidio o contro l’umanità” – hanno chiesto di non deliberare su una materia così sensibile in Commissione giustizia, ma di passare per il voto in Aula, nel rispetto del Parlamento. Sono stati accusati di un “colpo di mano”, di “furia devastatrice”: ma la richiesta di non scattare tutti in piedi in un sacro lavacro autoassolutorio, nel giorno della deportazione del Ghetto, nel giorno della rabbia contro l’assassino Priebke (per il quale si sarebbe ben potuto adottare – seppure con tutt’altro segno – l’irridente epitaffio che Dorothy Parker volle sulla propria lapide: “Scusate la polvere»*) sembra puro buon senso, rispetto per i cittadini e per la Costituzione.

É la stessa Unione delle Camere penali italiane a criticare «l’idea di arginare un’opinione – anche la più inaccettabile o infondata – con la sanzione penale», dal momento che uno dei capisaldi della nostra Carta Costituzionale (art. 21 comma 1) dispone che non vengano posti limiti di sorta alla libertà di manifestazione del pensiero. Benché eticamente condivisibile, sostiene l’Unione, ogni limitazione all’esercizio delle libertà politiche «introduce un vulnus al principio che l’elenco di esse deve restare assolutamente incomprimibile: quell’elenco infatti, come diceva Calamandrei “non si può scorciare senza regredire verso la tirannide”».

Inoltre è tutt’altro che chiaro a cosa si riferisca il reato di negazionismo, visto che si prefigura di punire «chiunque ponga in essere attività di apologia, negazione, minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra». Un orizzonte molto vasto, nel quale la Shoah viene relativizzata d’ufficio. Il 2 ottobre 2006, il presidente ucraino Viktor Yushenko fece approvare la punibilità per legge di chiunque, compresi gli storici e i ricercatori, si rifiutasse di definire come olocausto l’holodomor, la spaventosa carestia del 1932-33 indotta dalle politiche staliniane. Nello stesso anno, in Francia veniva approvata una legge che rendeva punibile la negazione del genocidio armeno**.

Sempre in Francia, nel 1990, la legge Gayssot aveva trasformato in reato la negazione dei crimini giudicati dal tribunale di Norimberga; se fosse in vigore in Italia, Piergiorgio Odifreddi avrebbe ora a che fare con la magistratura, anziché con la pubblica, civile esecrazione. Imporre per via istituzionale un pensiero “corretto” rischia di indurre una reazione di costrizione, che facilmente può trasformarsi nell’idea che sia rivoluzionario e anti-sistema professare il contrario.

Meglio sarebbe condannare i negazionisti – posto che si abbia un’idea chiara e condivisa di chi essi siano, nella scala che porta da Irving ai ragazzi dalla testa rasata che profferiscono scempiaggini di branco – a studiare, a leggere, ad ascoltare i racconti dei testimoni, a visitare, in silenzio, i campi di Treblinka, Sobibor, Belzec, Majdanek, Auschwitz-Birkenau. Guardando a lungo, senza poterne staccare lo sguardo, le fotografie non dei mucchi di cadaveri, non dei trasporti dove i prigionieri erano già ridotti ad altro, immortalati dalle SS, ma le fotografie della vita precedente, delle famiglie come tutte le famiglie, dei bambini come tutti i bambini, che lì sono stati sterminati.


*Dorothy Parker, Eccoci qui, Astoria, Milano 2013.

**Numerose informazioni e riflessioni in proposito sono contenute nel saggio di Laura Simonetta Fontana, responsabile italiana del Mémorial de la Shoah di Parigi, Memoria, trasmissione e verità storica, in Il paradosso del testimone, “Rivista di estetica” n. 45 (3/2010), Rosenberg & Sellier, Torino 2010, pp. 91-112