Dai concorsi truccati per piazzare parenti e amici, agli esami venduti o addomesticati. Sino alle truffe contabili. Lontane dall’essere luoghi di elevazione culturale, tante università italiane sono sentine dove si accumulano reati in serie. Commessi da o per conto dei baroni, poco professori e molto burattinai.

MESSINA
L’università degli Studi messinese è forse la più citata nelle cronache giudiziarie. L’ultima grana risale allo scorso 30 settembre, quando la Guardia di Finanza ha arrestato due docenti “per aver gravemente inquinato” un concorso per ricercatore in microbiologia, bandito nel 2010. Ai domiciliari sono finiti Giuseppe Teti, docente di microbiologia e componente della commissione esaminatrice, e il direttore del dipartimento di Farmacia, Giuseppe Giovanni Bisignano. Proprio Bisignano avrebbe chiesto e ottenuto una corsia preferenziale per il figlio Carlo, che ha poi vinto il concorso. Oltre ai due docenti arrestati, altri cinque gli accademici indagati, tra cui l’ex rettore Francesco Tomasello. Secondo la procura di Messina, “sia la commissione giudicatrice che il vincitore del concorso venivano stabiliti a monte dagli arrestati, con la collaborazione dei colleghi”. In un’intercettazione, Teti e Bisignano senior recitavano una massima latina: “Pacta sunt servanda” (i patti vanno rispettati). L’università li ha sospesi entrambi. Ma a Messina i guai piovono di continuo. Lo scorso luglio, la Dia di Catania ha arrestato sei persone, tra cui un docente della facoltà di Economia, Marcello Caratazzolo, e un ex consigliere provinciale, Santo Galati Rando, entrambi posti ai domiciliari. Secondo gli inquirenti, erano membri di spicco di un gruppo che corrompeva o intimidiva i professori per condizionare gli esami. A tirare le fila della compravendita sarebbe stata la ‘ndrangheta, che da anni considera l’ateneo come un diplomificio per i rampolli dei boss.

SIENA
Come se non bastassero gli infiniti guai per il Monte Paschi, nella città del Palio sono tempi duri anche per l’università. L’elezione dell’attuale rettore Angelo Riccaboni, risalente al luglio 2010, è stata oggetto di un’inchiesta che in marzo ha portato al rinvio a giudizio del presidente e del segretario di un seggio elettorale per falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. Ma il vero bubbone è il buco da 200 milioni nei conti dell’ateneo. Nel giugno scorso, il gup ha rinviato a giudizio 14 persone per accuse che vanno dal peculato al falso ideologico sino all’abuso di ufficio. Tra questi, gli ex rettori Piero Tosi e Silvano Focardi (il predecessore di Riccaboni), direttori amministrativi, revisori di conti, segretari di dipartimento.

ROMA
In riva al Tevere c’è l’università La Sapienza, la più affollata d’Europa (oltre 140mila studenti). Il campo da gioco del rettore Luigi Frati, ex preside di Medicina. L’ateneo è stipato dei suoi familiari: dalla moglie Luciana Rita Angeletti in Frati, docente di Storia della Medicina, alla figlia Paola (Medicina legale) al figlio Giacomo, diventato professore associato a soli 31 anni: nella facoltà di Medicina. Come raccontò Report, Frati junior discusse la prova orale sui trapianti cardiaci davanti a una commissione composta da due professori di igiene e tre odontoiatri. In questo contesto, pochi giorni fa è scoppiato il caso del concorso pilotato per l’accesso alla scuola di cardiologia del Policlinico universitario Umberto I. In una mail inviata a Repubblica il 13 giugno, c’erano già i nomi dei sei vincitori delle prove per Cardiologia 1, iniziate il 7 luglio. Tra i promossi, un ragazzo che per tre anni è stato l’autista di Francesco Fedele, titolare della prima cattedra di cardiologia alla Sapienza. La replica di Fedele? “A parità di cavallo scelgo quello che conosco”.

da Il Fatto Quotidiano del 6 ottobre 2013