Google paghi le tasse in Italia. E’ la proposta del Pd, contenuta in due emendamenti alla delega fiscale che saranno discussi martedì alla Commissione finanze alla Camera. I democratici propongono di fare pagare le imposte alle multinazionali del web per le attività riferibili al nostro Paese.

I due emendamenti, a prima firma Ernesto Carbone, riprendono una questione già sollevata dall’Unione Europea: i colossi della rete “tra globalizzazione e digitalizzazione sfuggono all’imposizione dei Paesi dove operano”, come spiega il capogruppo Pd in commissione Finanze, Marco Causi. La prima proposta consiste nel sottoporre a imposizione non tanto la semplice attività sul web delle multinazionali, quanto i banner pubblicitari, che rappresentano la vera fonte di guadagno di Google e compagnia. Il testo prevede che “chiunque venda campagne pubblicitarie online erogate sul territorio italiano, debba avere una partita Iva italiana, ivi incluse le operazioni effettuate mediante i centri media e gli operatori terzi”.

Il secondo emendamento prevede invece che anche in Italia si introducano “sistemi di tassazione delle imprese multinazionali basati su adeguati sistemi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale”. “E’ una sollecitazione – spiega ancora Causi – al governo alla riflessione”. Il presidente della commissione e relatore alla delega, Daniele Capezzone (Pdl) non si pronuncia nel merito e ricorda che tutti e 270 emendamenti presentati dai gruppi verranno “esaminati attentamente” prima di votarli a partire dalla seduta di martedì prossimo.

La proposta intende arginare il sistematico dribbling di aziende come Google nei confronti del fisco italiano. Nel 2012, Mountain View ha pagato solo 1,8 milioni di euro di tasse (la stessa cifra dell’anno precedente) a fronte di 52 milioni di ricavi e 2,5 milioni di utile conseguiti da Google Italy. Il fatturato della filiale italiana infatti, è rappresentato quasi esclusivamente da servizi prestati a Google Ireland, il terminale che incassa i ricavi pubblicitari dell’azienda e che, non a caso, ha sede in un Paese dalla fiscalità agevolata.