Fischio d’inizio e via. Si parte per la Mostra di Venezia numero 70. A sancirla, ironie lessicali, è proprio chi dei fischi fa professione: un arbitro. Così – L’arbitro – s’intitola infatti l’opera deputata che ha pre-aperto ieri alle 21 le danze sul Lido, dove da giorni fervono preparativi a decorare una location da anni deturpata (e inquinata) dal gigantesco buco d’amianto. Che scandalosamente è ancora lì, onta visibile di un consorzio di negligenze dalle crescenti colpevolezze. Meglio distrarsi col cinema, che da stasera e soprattutto oggi con l’inaugurazione ufficiale si riempirà di umanità & divinità, sponsor & tappeti rossi, cine-maestri & talenti emergenti.

Tra questi ultimi s’inserisce il regista sardo Paolo Zucca, che con un certo grado di bonaria follia ha travestito l’italico divo Stefano Accorsi da “giudice di gara” del calcio internazionale. Ma non si è accontentato di mostrare gesta e balletti (ebbene sì, egli si esibisce in un assolo alla Fred Astaire, o Christian de Sica per restare entro confine) di quest’arbitro e colleghi, bensì vi ha costruito un mondo parallelo, diametralmente opposto al glamour da Uefa: quello del calcio locale, nel cuore profondo della Sardegna. Spalti pastorali, tifo genuino, professionisti della terra, campi (in)colti di mirti e ginepri. Il tutto guidato dalla voce sovrana dell’allenatore cieco Benito Urgu (figura cult in Sardegna) e animato dalla simpatia della bisbetica figlia, Geppi Cucciari. Mescolare l’euro football con i campi ruspanti della Barbagia equivaleva a farne una commedia surreale, quale L’arbitro appunto è, in un bianco&nero che sa volutamente di “eterno, astratto”, suggella il cineasta. E ritualmente religioso come è il calcio. Non a caso “il cristico arbitro Accorsi si chiama Cruciani: da crux di Cristo”. Per realizzare L’arbitro – versione estesa di un corto omonimo dello stesso Zucca – il regista sardo ha ascoltato ogni intercettazione di Calciopoli, letto il leggibile della sterminata letteratura giornalistica italiana sullo sport più pop d’Europa. Il film, prodotto da Amedeo Pagani e co-sceneggiato da Barbara Alberti su soggetto originale del regista, è nel programma della sezione autonoma Venice Days – Giornate degli Autori e uscirà nelle sale dal 12 settembre per Lucky Red

Da oggi si diceva, i giochi si faranno ufficiali. Denso il programma, attese come da rituale, e la concorrenza con Cannes che di anno in anno si palleggia su questo o quell’altro Autore. Il direttore artistico Alberto Barbera è consapevole di non contare sulle risorse di cui si pregia il principale festival di Francia (e non solo), laddove il cinema è cultura e dunque patrimonio nazionale da proteggere e promuovere. 

Ciò detto al Lido c’è Hollywood (Gravity in apertura fuori concorso, di Alfonso Cuaròn con George Clooney e Sandra Bullock) con una serie di star più o meno note da dare in pasto ai media. Ci sono i Maestri (Tsai Ming-liang, Amelio, Gilliam, Allouache, Frears, Amos Gitai, Garrel, Kim Ki-duk, Edgar Reitz, Paul Schrader, Scola, Wajda, Wiseman), le nuove scommesse (20 opere prime a concorrere per il Leone del Futuro) ben disposte in tutte le sezioni specie nei sopracitati Venice Days e nella Settimana Internazionale della Critica composta unicamente di esordi. C’è l’animazione (Miyazaki, Capitan Harlock in 3D, L’arte della felicità, opera prima di fattura napoletana) e tanti, tantissimi documentari di cui ben due in concorso: l’atteso Sacro GRA di Gianfranco Rosi e The Unknown Known: the Life and Times of Donald Rumsfeld di Errol Morris. C’è Bernardo Bertolucci a far da presidente-guru della giuria internazionale e William Friedkin a ritirare il Leone d’Oro alla carriera 2013.

Ad esclusione dei titoli dei Venice Days e della SIC, i film della Mostra 2013 superano la cinquantina, divisi tra 20 in concorso, 17 fuori concorso e 18 in Orizzonti. La compagine tricolore conta 21 rappresentanti, quella statunitense uno di meno. Almeno qui, vinciamo la gara. Ma per un soffio.