Come guardavano gli antichi alla struttura del cosmo e ai movimenti degli astri? E’ la domanda cui proverà a rispondere Corrado Petrocelli, professore di Filologia greca e latina all’Università di Bari e rettore della stessa, al Festival dei Sensi che si svolge in Valle d’Itria questo fine settimana. “Al contrario di ciò che si pensa, gli antichi non sempre si rivelavano superstiziosi, anche se spesso combinavano le tecniche oroscopiche con quelle divinatorie vale a dire l’uccisione propiziatoria di alcuni animali da cui leggere le viscere e discettavano su come interrogare correttamente il cielo”. Petrocelli ha selezionato alcune fonti per illustrare alcune inclinazioni e, forzando un po’ la mano, potremmo divertirci a trovare nel panorama politico attuale qualche raffronto con gli antichi. Dopotutto i classici sono tali anche per questo. Il primo carattere Petrocelli lo riscontra in un episodio noto come l’assassinio di Cesare: “Il giorno dopo l’uccisione di Giulio Cesare comparve una cometa in cielo e questo segno venne interpretato da molti come l’assunzione in cielo del condottiero, mentre Ottaviano Augusto la lesse in modo più personale come il preludio alla propria ascensione al trono”.

Gli astri però potevano dare anche segnali assai negativi: “Scrive Tito Livio che prima della battaglia finale di Annibale, la gente vedeva di tutto in cielo, dapprima il sole era più piccolo, poi delle pietre cadere dal cielo, qualcuno addirittura due lune, tutti presagi della sua terribile sconfitta”. Ma c’è anche chi si lasciava sopraffare dalla superstizione come narra Tucidide: “Nicia, generale degli ateniesi che invasero la Sicilia nel V secolo a. C., era terrorizzato perché la sera prima di arrivare assistette a un’eclisse di luna. Plutarco invece racconta che Pericle, più razionale, ai soldati spaventati da un’eclisse solare, fece un esperimento: ne raccolse alcuni fra i più spaventati, li ricoprì col proprio mantello e subito dopo lo tolse interrogandoli beffardamente: è cambiato forse qualcosa?”. Colpisce come gli antichi a volte fossero più razionali di noi se pensiamo alle confutazioni del II secolo di Sesto Empirico all’oroscopo: come fanno tutti i nati nel segno del Leone a essere valorosi nel combattimento? E allora i nati nella Vergine dovrebbero essere tutti di carnagione pallida e poco inclini alla lotta, ma allora come la mettiamo con gli Etiopi? Nessuno tra loro nasce nella Vergine?

Certo fa impressione pensare a questi solidi argomenti razionali e confrontarli con le segrete abitudini di molti politici del nostro tempo. Bisogna ricordare come Togliatti si facesse fare i tarocchi ogni mattina, come Sarkozy tenesse sulla sua scrivania presidenziale una zampa di coniglio e un quadrifoglio, come Mussolini ritenesse Julius Evola uno iettatore e più o meno lo stesso D’Alema con Cacciari, senza contare la gobba di Andreotti, le corna di Giovanni Leone, le sedute spiritiche di Prodi etc. Il distacco degli antichi verso gli astri è proverbiale, Gellio usa una bellissima espressione per consolare i delusi dalle previsioni, “l’alternanza fatale delle stelle erranti”, ricca di un’ironia che svela l’afflato soprattutto poetico con cui si guardava il cielo prima di Cristo. Ciò non toglie che marinai e generali dovessero studiarlo e conoscere ma più per una questione professionale e di sopravvivenza. “Gli oracoli invece – continua Petrocelli – erano sempre sibillini. E quindi sempre nel giusto come nel caso di Creso raccontato da Erodoto: consultato sull’opportunità di muovere guerra o meno alla Persia, l’oracolo rispose che se avesse mosso guerra avrebbe rovesciato un grande regno, ed ecco Creso che si lancia in battaglia, perdendo però. Proteste vane, ma cattiva interpretazione: un regno era stato effettivamente perduto, ma quello di Creso, appunto”. Insomma per gli oracoli come per la Cassazione non bastano le sentenze: contano le interpretazioni.

da Il Fatto Quotidiano del 23 agosto 2013