Non è una novità, ma il doppio binario adottato dalle “più alte cariche” della condiscenza oltre ogni limite al più grande perseguitato dell’occidente e corrispettivamente delle frasi di circostanza sull’indipendenza della magistratura ha raggiunto con la sentenza Mediaset un apice rovinoso.

Da un canto il presidente della Repubblica con eccesso di senso del dovere è rientrato dalle ferie per ricevere, all’indomani dell‘adunata sotto palazzo Grazioli finalizzata ad aggredire la magistratura e rinnovare il sostegno alle larghe intese, il duo Brunetta-Schifani salito al Colle per pretendere “l’agibilità politica” di Berlusconi.

Dall’altro si è limitato, tramite comunicati dei consulenti giuridici a constatare ineludibilmente che il duo non è ovviamente titolato per tale richiesta e, a seguire, ha diramato che “il capo dello Stato esamina e valuta con attenzione” quanto gli è stato state sottoposto nell’abbondante ora di colloquio, avvolta da un alone di indeterminatezza, per il semplice motivo che è arduo riportare in termini accettabili l’oggetto della conversazione.

Sotto l’ultima ipocrita e demenziale acrobazia verbale della “agibilità politica” balzata in cima all’agenda politico-mediatica estiva ballano la riforma della giustizia, propedeutica ad una grande amnistia, per evitare provvedimenti ad personam, e tutti “i rimedi” ipotetici che si riassumono nel cosiddetto “salvacondotto” per ripristinare “l’equilibrio istituzionale” e fare trionfare finalmente come nelle fiabe una bella pacificazione”.

Ma soprattutto occorre che “i cattivi”, cioè i magistrati, vengano puniti e che non possano più infierire contro poveri innocenti. In primis andava “lisciato” il cattivo del giorno: il presidente della corte feriale di cassazione Antonio Esposito. Immediatamente, senza che nessuno si sia scomposto soprattutto ai massimi livelli istituzionali, è partito Il Giornale all’indomani della sentenza riservandogli un trattamento adeguato alla carica e cioè un ritratto di magistrato talmente sciatto, inadeguato e pregiudizialmente ostile a Berlusconi, che i precedenti linciaggi a Mesiano e a Ilda Boccassini sembrano solo dei ruvidi rabbuffi.

Lasciato solo, con l’eccezione di un comunicto dell’Anm, davanti all’offensiva scatenata dal condannato e dal suo partito mobilitato all’unisono sotto lo slogan di Alfano “la sua condanna è la nostra condanna” il presidente della sezione feriale Esposito ha rilasciato un’intervista che in una situazione ordinaria sarebbe stata superflua prima che “inopportuna”.

Nella conversazione riportata da Il Mattino dice in sintesi che “Berlusconi veniva puntualmente portato a conoscenza di ciò che avveniva” e cioè la mole spaventosa di evasione per costituire fondi neri, e che dunque è assolutamente fuorviante parlare di responsabilità oggettiva.

Apriti cielo! Una mera constatazione che difficilmente può configurare l’anticipazione delle motivazioni della sentenza ha sollevato un coro indignato da parte di quelli che hanno invocato la guerra civile per restituire Berlusconi alla politica.

In primis Sandro Bondi che ritorna puntualmente alla ribalta come “bocca di Berlusconi” nei momenti spinosi e che dall’alto della sua autorevolezza ha richiamato i magistrati ad “essere bocca della legge” dimenticando che la magistratura ha non solo il dovere di applicare la legge ma in primis di interpretarla. Esposito, del quale fino a qualche giorno fa, nessuno o quasi conosceva l’esistenza, è entrato con il massimo ludibrio nella folta schiera dei mala exempla che rincorrono “la visibilità mediatica”. Ghedini ha immediatamente reclamato interventi da parte degli “organi competenti” con “riflessi sulla sentenza” e Coppi l’avvocato “del nuovo corso” che pure si è ben guardato dal criticare anche blandamente la linea ultradecennale della difesa dai processi, ha bollato l’intervista come “un fatto grave”.

Nell’ipocrisia dominante nessuno si è fatto la domanda più ovvia ed elementare, quella che non si deve fare.

Il presidente Esposito avrebbe rilasciato quell’intervista se l’operato della Corte di Cassazione, già sottoposta a tensioni e intimidazioni inimmaginabili, solo per aver fissato nel più scrupoloso rispetto della legge l’udienza in una data utile ad evitare la prescrizione, fosse stato tutelato adeguatamente dall’organo preposto – il Csm – e in primis dal suo presidente che è pure garante della Costituzione?