Ha chiesto scusa. In lacrime. A stampa unificata. Basta? Ha detto che non è mafioso. Che vuole crescere i figli nella legalità. Che desidera impegnarsi per la lotta al crimine organizzato. Basta? E soprattutto: basta per cosa? Per il perdono dei palermitani o per una eventuale riabilitazione nel mondo del calcio? La conferenza stampa in cui Fabrizio Miccoli si è cosparso il capo di cenere per le frasi assurde su Giovanni Falcone ha un retrogusto indefinito. E provoca una sensazione chiara: non sazia.

“E cosa doveva fare? – dicono in molti – Ha sbagliato e si è assunto la responsabilità: altro non poteva”. Sarà. Però le intercettazioni telefoniche in cui l’ex capitano del Palermo calcio definiva “fango” il giudice antimafia hanno un’eco che continua a picchiare contro la ragione. E a ravvivare il solito, invadente interrogativo: bastano le lacrime per ottenere perdono e riabilitazione? Forse una risposta c’è: non bastano. Per vari motivi. Innanzitutto perché la moda della “conferenza stampa calcio d’angolo” (faccio una stronzata, poi chiedo scusa e se non basta male che vada mi dimetto) ha il sapore della plastica: verità e sincerità preconfezionata. Insomma, quasi un atto dovuto. E poi – soprattutto – perché quelle lacrime a favore di telecamera sono solo uno degli effetti dell’inchiesta della Procura palermitana, che indaga il calciatore per estorsione e accesso abusivo a sistema informatico.

Se non ci fosse stata l’inchiesta non ci sarebbero state le intercettazioni (era sotto controllo Mauro Lauricella, figlio di Nino ‘u Scintilluni’, il boss della Kalsa. Lauricella junior parlava al telefono con Miccoli, che in più occasioni infangava la memoria di Falcone); se non ci fossero state le intercettazioni, non ci sarebbero stati gli articoli di stampa, la polemica e le scuse di oggi. Non ci sarebbe stato nulla. E magari Miccoli avrebbe continuato a frequentare tranquillamente i figli dei boss e a definire “fango” il giudice ucciso a Capaci. Vita da ex capitano del Palermo: una giorno in barca con Mauro Lauricella, l’altra allo stadio La Favorita per la Partita del Cuore organizzata dai magistrati in memoria di Borsellino e di quel “fango” di Falcone (con le foto compromettenti che già circolavano).

Dice Zamparini: quando si gioca al Sud, si stringono le mani di tante persone che non si conoscono, persone buone e meno buone. Va bene, ma una cosa è stringere mani, l’altra è passare intere giornate con tifosi, come dire, “speciali”. Sorvegliati speciali. Ecco, Miccoli potrà essere pure perdonato dagli ultras della curva (che non sarà quella rosanero: il suo contratto scade domenica e non verrà rinnovato), ma chi ha un minimo di memoria non corrotta dalla passione per il pallone mai potrà dimenticare che l’attaccante, con la mafia, ha avuto un rapporto da dottor Jeckyll e mister Hyde: condanna in pubblico, amicizia in privato. Ecco: le lacrime forse servono per il perdono last minute, ma non cancelleranno “quel fango di Falcone”. Accusa indicibile e indelebile, come il tatuaggio sul braccio destro dell’attaccante: un revolever in onore di Corleone, città di cui è diventato cittadino onorario. Mafia, giudici, fango e pistole: simboli e parole che puzzano di consapevolezza. Le lacrime vere lasciamole alle vittime della mafia.