Ci sono parole che confondono, mistificano, discriminano e offendono, contribuendo a reiterare, attraverso il linguaggio, ineguaglianze e ingiustizie presenti nella società. Parole come “handicappato”, “disturbato”, “clandestino”, “vu’ cumprà“, “negro”, “zingaro”, “barbone”, “gentil sesso“, “delitto passionale”, che vengono usate non soltanto nella vita di tutti i giorni ma anche dai giornalisti di televisioni, radio e giornali. Parole che pesano come macigni nel sistema dell’informazione, spesso senza che ci sia nemmeno consapevolezza da parte di chi le usa.

Per colmare quest’ignoranza diffusa è arrivato “Parlare civile”, un vademecum curato dall’agenzia di stampa Redattore sociale. Sulla scia di altri due testi, “Parole sporche” di Lorenzo Guadagnucci, tra i fondatori di “Giornalisti contro il razzismo” e “Lessico del razzismo democratico” di Giuseppe Faso, “Parlare civile” è stato pensato per spiegare perché certi termini sono sbagliati e discriminatori. Una pubblicazione per nulla scontata, considerando che il dibattito sui termini più adeguati per rispettare la dignità delle persone in Italia è ancora arretrato rispetto al resto d’Europa.

Per chi ritiene che il discorso sull’utilizzo corretto della lingua sia una questione di lana caprina – o di stucchevole politically correct – è fondamentale la scheda dedicata alle “persone disabili” (o “con disabilità”) che vengono spesso chiamate erroneamente “handicappate”. Si ignora, infatti, che l’handicap deriva dal contesto mentre il deficit è proprio della persona. Come spiega Franco Bomprezzi, giornalista e scrittore che si occupa di disabilità, disabile lui stesso: “Io che sono su carrozzina, entro in un bar per bere un Martini e incontro all’entrata tre gradini. In questo caso il mio deficit resta invariato, mentre il mio handicap aumenta. Se invece di fronte al bar trovo una rampa, il mio deficit resta sempre uguale a differenza del mio handicap, che diminuisce. Ma c’è dell’altro. Quando entro nel bar, tutti si girano a guardarmi con gli occhi pieni di curiosità. Anche in questo caso il mio deficit resta invariato, ma ora vi chiedo: l’handicap di chi è? Solo di chi guarda, che non sa come rapportarsi con me e il mio deficit. Tutto ciò apre una riflessione interessante: il deficit è solo mio, l’handicap coinvolge tutto il contesto intorno a me”.

Cambiando ambito, un altro termine da non usare è quello di “badante”. La paternità dell’appellativo pare sia di Umberto Bossi (che certo non ha mai brillato per spirito di integrazione) e risale al 1989. Prima di allora, spiega l’Accademia della Crusca, “badante” era usato per indicare chi accudiva gli animali: greggi, oche, vacche, vitelli. Il termine ha ancora lo stesso significato in lingua sarda. Per questo è stato rifiutato da Acli colf, associazione che da oltre sessant’anni si occupa della tutela delle lavoratrici domestiche ed è stato bandito, nel 2007, dal contratto di lavoro nazionale. “Secondo questa prospettiva, badante sarebbe una qualifica deumanizzante e degradante – si legge in “Parlare civile” – tanto che la Regione Toscana ha rifiutato il termine per definire il lavoro di cura alla persona, preferendo quello di “assistente familiare”.

Da bandire anche l’uso di “delitto passionale” o “omicidio passionale” (ma anche “pista e movente passionale”), che uniti a “dramma della gelosia”, “amore malato” e “raptus di follia” sono le espressioni con cui più spesso il giornalismo racconta la morte delle donne per mano della violenza maschile. Si tratta di parole che evocano il delitto d’onore compiuto dagli uomini per punire le condotte “disonorevoli” delle donne, che poteva godere delle attenuanti contenute nel Codice Rocco, abrogato soltanto nel 1981. Secondo il manuale, quando le donne sono uccise in base a un movente di genere, cioè uccise in quanto donne, si deve parlare semplicemente di “femminicidio”, una categoria politica e giuridica sempre più utilizzata dalla criminologia e da organismi come le Nazioni unite, l’Unione europea, il Consiglio europeo.

Nonostante venga usato con particolare frequenza, il termine “barbone” è dispregiativo e stigmatizzante. Anche “clochard” è da evitare perché “viene usato per ingentilire e suggerisce lo stereotipo di vivere sotto i ponti per scelta romantica ma la realtà è nella stragrande maggioranza dei casi molto diversa”. Seguendo gli standard linguistici internazionali, si dovrebbero usare termini come “senza tetto”, per chi la notte non ha niente sulla testa e quindi dorme per la strada, su una panchina o alla stazione e “senza dimora” per chi trova ospitalità in un dormitorio o comunque ha una sistemazione precaria.

In tutto i termini-chiave di “Parlare civile” sono 25, inseriti in 8 aree a rischio discriminazione: disabilità, genere e orientamento sessuale; immigrazione, povertà ed emarginazione; prostituzione e tratta; religioni; rom e sinti; salute mentale.