Pensare il cinema in grande. Al di là delle dimensioni dello schermo. È la testimonianza portata a Cannes da due artisti immensi, tanto diversi ma così vicini nell’esser profeti d’immaginari. Bernardo Bertolucci e Alejandro Jodorowsky. L’uno a presentare stasera in prima mondiale la versione 3D de L’ultimo imperatore. L’altro ad accompagnare (anch’egli in prémiere assoluta) il suo ultimo film, La danza de la realidad alla Quinzaine des Realisateurs.

Il presidente di giuria alla prossima Mostra del cinema di Venezia è apparso quasi emozionato di “rivedersi” tridimensionale a 25 anni dall’uscita del kolossal che gli valse un doppio Oscar. La lavorazione per il 3D è durata 10 mesi al costo di 2 milioni di dollari. “Sono sedotto dalle nuove tecnologie, mi hanno ridato la spinta a sperimentare, a rimettermi sul cinema dopo oltre dieci anni di pausa. Io e te doveva essere in 3D, se ben ricordate, poi vi ho rinunciato per problemi tecnici”. Maestro anche d’ironia, non scopre le carte sul progetto che “mi circola nella testa”, limitandosi a definirlo “sarà un Kammerspiel kolossal”, descrizione contraddittoria inclusiva di ogni dimensione possibile. Per Bertolucci, classe 1940, la riflessione sul cinema che verrà è ancora dotata di fascino. “Potrebbe diventare un cinema post-theatrical come l’ha recentemente ipotizzato Paul Schrader. Qualcosa che cioè implica l’assenza delle sale cinematografiche, potremmo immaginarci i film proiettati sui volti della gente..e magari questi oggetti non si chiameranno più neppure film”. Insomma, per l’unico autore a meritarsi la “Palma delle Palme” a Cannes nel 2007 per il 60°, esiste una sola regola da seguire “cercare sempre la bellezza, la grande bellezza. Questo è il mio principio”. E dicendolo ammicca non casualmente al titolo di Sorrentino qui concorrente nonché a una succosa anticipazione sul criterio che adotterà a Venezia in qualità di presidente di giuria. “Non potevo rinunciare alla convincente lettera del direttore Barbera, in cui aggettivava fondamentale la mia presenza. Già ho presenziato al Lido, nell’83, ma erano altri tempi… feci vincere Godard per Prénom Carmen. Era fondamentale dare il primo premio importante delal carriera a colui che ha rivoluzionato il linguaggio del cinema. Oggi non ci sono priorità di sguardo, vedremo cosa arriverà a Venezia, sono felice di tornarci da giurato”. Sorride dalla sua “sedia elettrica”, guarda a noi – manipolo di giornalisti seduti davanti – canzonando la nostra seriosa attenzione nei suoi confronti, pronti all’acchiappo della breaking news: “Sembrate i 10 piccoli indiani di Agata Christie!”. Passato, presente e futuro ormai sono riuniti nelle riflessioni di Bernardo Bertolucci, che cita con pertinenza Sant’Agostino: “Il tempo viene dal passato che non esiste più, attraversa il presente che è imprendibile e si proietta nel futuro che ancora non esiste”.

Non lo cita ma certamente lo usa da sempre nei suoi pensieri Alejandro Jodorowsky, inossidabile 83enne, osannato da giovani e meno quando sul palco della Quinzaine insiste sul fatto che ancora oggi per lui sia “tempo di imparare, sperimentare, ricevere per dare”. La sua psico-magia surrealista glielo impone, per lui il cinema resta “uno psycho-work terapeutico, sacro e famigliare”. E come dargli torto, dal momento che ne La danza de la realidad ha mirabilmente impiegato l’intera stirpe degli Jodorowsky, con tanto di uno dei pargoli (Brontis) nei panni di suo padre, cioè del nonno dell’attore. Un rimescolamento catartico, da nemesi allo stato puro, che crede come è noto nella ciclicità della storia, dove tuttavia vi è spazio per la guarigione interiore. Difficile, pertanto, limitare il film in una definizione, laddove viene presentato (e si presenta) come “esercizio di un’immaginaria autobiografia, non nel senso delal fiction – perché tutti i personaggi e i luoghi sono veri – ma nel fatto che rispecchia l’immaginazione di Alejandro Jodorowsky in costante espansione”. Dunque? Semplice: La danza de la realidad è un lavoro magnifico, assoluto, dotato di quel linguaggio di puro surrealismo d’avanguardia storica di cui il grande maestro cileno è l’ultimo esponente. Si ride, si piange, ci si sconvolge alla visione di questa danza totale: una sospensione poetica dentro al turbine rutilante della “macchina” industriale e competitiva del festival di Cannes.

Grazie a Bernardo e Alejandro.