Sei persone sono state arrestate ieri mattina a New York per corruzione, per aver cercato di influenzare le prossime elezioni per il sindaco della città. Poco prima dell’alba, Malcolm Smith, senatore democratico dello Stato di New York, è uscito di casa in manette accompagnato dagli agenti dell’Fbi e, più o meno alla stessa ora, è stato arrestato anche il consigliere comunale repubblicano Dan Halloran.

Smith intendeva correre alle elezioni con il Partito Repubblicano pur non essendo iscritto al partito ma, per ottenere la nomination, avrebbe avuto bisogno, secondo una legge del 1947 (Wilson Pakula Act), di ottenere il permesso della maggioranza dei cinque leader del partito dei distretti di Manhattan, Queens, Bronx, Brooklyn e Staten Island.

Secondo l’accusa, Smith avrebbe pagato Halloran perchè organizzasse alcuni incontri con gli altri esponenti del Partito Repubblicano allo scopo di convincerli ad accettare denaro in cambio delle necessarie autorizzazioni (Wilson Pakula certificates).

Smith avrebbe quindi incontrato Joseph Savino, del partito repubblicano del Bronx, e Vincent Tabone, del Queens, per discutere l’entità e i termini di pagamento delle mazzette ed effettuare i primi versamenti ma, al momento opportuno, un agente infiltrato dell’Fbi ha fornito gli elementi per eseguïre gli arresti e bloccare la truffa. Anche Tabone e Savino sono stati arrestati.

Smith, Halloran e gli altri dovranno ora presentarsi davanti al giudice presso il tribunale distrettuale di White Plains.

Preet Bharara, il procuratore di Manhattan che segue il caso, ha, fra l’altro, criticato la cultura della mazzetta, la corruzione e l’avidità che pervadono il governo di New York a tutti i livelli.

Non sono ancora noti i commenti dei difensori di Savino e Tabone, gli avvocati Faga e Palimieri, mentre l’avvocato di Smith, Gerald L. Shargel, ha riferito che il suo cliente respinge ogni accusa e ha dichiarato che si tratta di un servitore dello Stato impegnato e molto rispettato. Per la cronaca, non è la prima volta che Malcolm Smith incappa in indagini penali, una delle quali condotta proprio dallo stesso ufficio che lo accusa oggi di corruzione.

In questa vicenda americana non possono passare inosservati alcuni comportamenti che molti commentatori italiani non esiterebbero a definire indegni di una democrazia liberale. A parte l’uso delle manette al quale in Italia si ricorre con criteri molto selettivi e quasi mai nel caso di uomini politici, basterebbe ricordare la giustizia a orologeria, il tempismo dell’accusa, che si inserisce portando scompiglio nell’ordinato svolgersi di una campagna elettorale, l’accanimento della giustizia nei confronti del senatore Smith, e infine le considerazioni in conferenza stampa del procuratore che, invece di attenersi strettamente al perseguimento del singolo reato, indirizza critiche generiche alla cultura di un altro potere dello Stato.

Tenuto conto delle analogie con i recenti fatti italiani, perchè non dovremmo offrire due o tre consigli agli americani segnalando alcune possibilità? Che so, una manifestazione di rappresentanti degli eletti dal popolo davanti al tribunale di White Plains, o anche l’invio di una delegazione di senatori e sindaci alla Casa Bianca, allo scopo di ottenere l’intervento del Presidente su procuratori e giudici perchè non disturbino l’attività dei politici coinvolti, consentendo così il normale svolgimento della vita democratica.