Galeotto fu l’hamburger, quando il 10 dicembre scorso le autorità irlandesi deputate scoprirono la presenza di carne di cavallo dove nell’etichetta si indicava invece manzo. Quindi a gennaio le autorità britanniche, dopo aver effettuato numerosi test, hanno scoperto che quelle adulterazioni riguardavano anche la presenza di carne di maiale e d’asino. Sorpresa: lo scandalo ha costretto alcune tra le più grandi multinazionali a rivedere cosa c’era dentro i propri prodotti a base di carne. E l’effetto domino conseguente ha colpito prima il colosso alimentare irlandese ABP, che tramite una sussidiaria riforniva ad esempio gli oltre 500 Burger King sparsi nel Regno Unito (la casa americana ha cambiato fornitore), poi la francese Spanghero, che usava carne di cavallo comprata in Romania spacciandola per manzo: tanto per la cronaca, in Romania la carne equina vale circa mezzo euro al chilo contro il prezzo italiano che oscilla sui 16 euro al chilo. Da lì, prima la Findus e poi la casa-madre Nestlé hanno scoperto che la carne fornita da alcune sussidiarie e presentata come manzo era in effetti equina. Così l’azienda svizzera ha deciso di ritirare i ravioli di manzo – che però nitriscono – della Buitoni dagli scaffali dei supermercati. Il resto lo scopriremo nei prossimi giorni. Ma non c’è nulla di nuovo, se si considera che dal 2000 si registra quasi una frode alimentare l’anno. Tutto iniziò con l’allarme per la mucca pazza nel 2001, mentre nel 2003 si avviò il tormentone dell’influenza aviaria. Nel 2008 lo scandalo si chiamava carne alla diossina mentre nel 2010 si è passati ai latticini, con la triste vicenda delle mozzarelle blu. L’anno successivo è scoccato lo scandalo del batterio killer e.coli che (finalmente) colpiva i cetrioli, completando un ideale menù guasto di inizio millennio. E quest’anno si torna alla carne, magari accompagnata da un buon rosso (per il vino si ricorda che dal 1986 con la scoperta delle tracce di metanolo, ciclicamente scoppia qualche caso di vino adulterato).

Il risultato? «Le frodi a tavola sono quelle più temute dagli italiani con sei cittadini su dieci che le considerano più gravi di quelle fiscali e degli scandali finanziari», come spiega Coldiretti. L’organizzazione degli imprenditori agricoli ha effettuato un’indagine con Swg sul tema delle frodi alimentari, proprio a ridosso di quest’ultimo scandalo. «Le frodi più gravi – sottolinea la Coldiretti – per il 60 per cento dei cittadini sono quelle alimentari poiché possono avere effetti sulla salute, al secondo posto (40 per cento) vengono quelle fiscali, mentre le truffe finanziarie sono lo spauracchio del 26 per cento degli italiani, seguite a stretta distanza da quelle commerciali, come la contraffazione dei marchi (25 per cento). Se il 57 per cento degli italiani pensa che debbano essere punite con la sospensione dell’attività, ben il 22 per cento ritiene che la pena più giusta sia addirittura l’arresto mentre solo il 18 per cento una multa salata. Oltre il 90 per cento degli italiani infine ritiene che dovrebbe essere obbligatoria l’indicazione in etichetta dell’origine delle materie prime agricole impiegate in tutti gli alimenti mentre ben il 65 per cento si sente garantito da un marchio degli agricoltori italiani, il 16 per cento da quello della distribuzione commerciale e appena il 9 per cento da uno industriale». Non si tratta di una richiesta peregrina, perché sempre secondo l’associazione di categoria in Italia girano circa 30 milioni di chili di carne di cavallo importata senza etichetta identificativa, proveniente dalla Polonia, dalla Romania, dalla Spagna e dalla Francia. Il motivo è implicito: costa meno della nostra. Anche perché non ha subito i controlli del caso e bisogna tenere a mente che in Italia è illegale non etichettare la carne importata. Ma a caval donato – o a buon mercato – non si guarda in bocca. Almeno finché qualcuno non scopre, con ipocrita stupore, che il manzo non nitrisce.

di Gianluca Schinaia

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