Doveva essere una nomina trasparente e basata sul merito, fatta con una procedura “innovativa” per l’Italia e invece sembra essersi conclusa proprio all’italiana. La scelta di Fabrizio Oleari, attuale capo dipartimento della sanità pubblica e dell’innovazione del ministero della Salute, come nuovo presidente dell’Istituto superiore di sanità ha scatenato molte polemiche per il modo con cui è stata fatta, poco prima delle elezioni e con un governo dimissionario. E anche perché è stato scelto l’unico, tra i 5 candidati finalisti, che non fa ricerca scientifica, quando uno dei sette requisiti richiesti dal ministero era proprio “l’alta e riconosciuta professionalità documentata in materia di ricerca e sperimentazione nei settori di attività dell’Istituto”. Una delle attività principali dell’Iss infatti è proprio la ricerca.

”Nuove nomine, vecchi metodi. E’ una questione di metodo – rilevano Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, e la senatrice radicale Donatella Poretti – Ci si chiede come mai siano stati pubblicati dei criteri di selezione sul sito web del Ministero e poi invece si propone l’unico candidato che avrà sicuramente le qualità che ne fanno un dirigente del Ministero della Salute, ma che nel suo curriculum non presenta uno dei requisiti richiesti”. Lo scorso agosto dal sul sito il Ministero aveva avviato una procedura per individuare la persona idonea. Tra gli altri titoli richiesti c’erano la laurea magistrale, capacità di lavorare in organizzazioni scientifiche complesse, attitudine a rappresentare l’Iss ai più alti livelli istituzionali, buona conoscenza delle politiche sanitarie europee ed internazionali, della lingua inglese, e buone doti di comunicazione.

Non solo, per la selezione era stata chiamata una commissione esterna di cinque esperti di un certo calibro, tra cui Bernard Kouchner, fondatore di Medici senza frontiere e Alberto Ascherio, professore alla Harvard School of Public Health, che tra le 27 candidature arrivate, avevano selezionato 5 nomi: oltre Oleari, Ruggero De Maria, direttore scientifico dell’Istituto dei Tumori “Regina Elena” di Roma, Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Spallanzani” di Roma, Stefano Vella, direttore del dipartimento del Farmaco dell’Iss, e Paolo Vineis, che ha la cattedra di epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra. Tra questi Balduzzi ha proposto Oleari. “Il percorso per la selezione è stato metodologicamente buono – rileva il senatore del Pd, Ignazio Marino – con una ricerca internazionale e l’individuazione di 27 candidati. Ma l’indice di Hirsh, utilizzato a livello internazionale per valutare l’impatto scientifico, ci dice che Vineis ha un punteggio di 68, Giuseppe Ippolito 38, De Maria 44, Vella 33, Oleari 0. Non c’è nessuna valutazione negativa nei confronti di Oleari come funzionario del ministero della Salute, ma vorrei che venisse chiamato alla guida dell’Iss uno scienziato”. Anche perché, aggiunge Gallo, “se quello contava era la capacità manageriale, di cui Oleari ha dato prova, avrebbero potuto partecipare altri che così sono stati esclusi”.

Accuse che il ministro ha rimandato al mittente, rispondendo che per la nomina ”ha seguito una procedura di assoluta trasparenza ed è stata avviata in largo anticipo rispetto alle dimissioni del Governo”. Intanto il Parlamento si é diviso su questa decisione: la Commissione Affari Sociali della Camera non ha dato il proprio parere, definendo la decisione del governo “inopportuna dal punto di vista politico” e inadeguato il curriculum, mentre la commissione Sanità del Senato ha approvato con 12 voti favorevoli, 7 contrari e un’astensione.

Ma cosa si sa di Oleari? Direttore generale del ministero della Salute, portato a Roma dall’ex ministro Rosy Bindi dal Friuli, Oleari è un esperto di sanità, un manager di cui parlano tutti bene. Nell’ambiente è però noto anche come “l’uomo dei vaccini“, non solo per essere stato a capo del dipartimento della Prevenzione al Ministero, ma soprattutto per il contratto siglato nel 2009 con la Novartis per la pandemia influenzale. Il contratto siglato prevedeva clausole che salvaguardavano solo l’azienda farmaceutica e l’acquisto diretto di ben 24 milioni di dosi di vaccino, per 184 milioni di euro: ne sono state prodotte e consegnate dieci milioni, ma usate meno di 900 mila. Inoltre mancavano penali, il ministero doveva acquisire tutti i rischi e risarcire la multinazionale per eventuali perdite. Insomma, non proprio un affare. Tanto che la Corte dei conti aveva “bacchettato” il governo perché colpevole di aver accettato clausole troppo favorevoli all’azienda. Ora toccherà al presidente del Consiglio Mario Monti decidere, nel tempo che resta prima della fine del suo mandato, se confermare o meno la nomina.