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Fabio Marcelli
Giurista internazionale

Berlusconi e le vere radici del fascismo

Guai a liquidare come una gaffe qualsiasi l’esternazione di Berlusconi sul fascismo tutto sommato buono.

Qualcosa del genere, d’altronde, l’aveva detta qualche tempo fa Gianfranco Fini e non fece molto scalpore, forse perché proveniva da un ex fascista all’epoca ancora all’inizio del suo percorso più o meno autocritico. Nel frattempo peraltro il buon Gianfranco ha dichiarato di aver cambiato idea forse anche per acquistare un profilo politico e ideale adeguato a quello che nel frattempo è diventato, o vorrebbe diventare, e cioè uno dei pilastri del nuovo centro montista.

Nel proferire quelle infami parole Berlusconi ha rivelato almeno tre cose:

1. la sua profonda ignoranza, che del resto era lecito sospettare, della storia, quasi che le leggi razziali, come per altri versi la guerra d’aggressione, fossero incidenti di percorso e non invece precisi aspetti della strategia di Mussolini, della quale, come di ogni strategia fascista, fa parte la persecuzione dei diversi, siano essi ebrei o altro;

2. la sua profonda più o meno inconsapevole invidia nei confronti del suo augusto, si fa per dire, predecessore, che non aveva fra i piedi né Costituzioni repubblicane, né giudici indipendenti, né stampa più o meno indipendente, né partiti e tantomeno sindacati e movimenti di massa. Tutti spazzati via con una sanguinosa repressione costata migliaia di vittime, tra le quali Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci, i fratelli Rosselli e molti altri;

3. la sua natura profondamente fascista, che lo porta del resto oggi a schierare nella sua brancaleonesca compagine fascisti conclamati di vario genere, da Storace a Borghezio.

Il punto è il tentativo di rilegittimare storicamente il fascismo che Berlusconi, e non solo lui, portano avanti da tempo, vanificando il sacrificio di migliaia di antifascisti e di partigiani. Si tratta di un tentativo che va respinto duramente facendo ricorso anche alle risorse dell’ordinamento giuridico, come il divieto penalmente sanzionato di apologia del fascismo che troppe volte non è stato applicato e di cui incauti giornalisti propongono oggi l’abolizione.

Sono rimasto peraltro colpito da un articolo del Financial Times nel quale Wolfgang Muenchau ha tracciato un inquietante parallelo tra Mario Monti ed Heinrich Bruening, il cancelliere tedesco del periodo immediatamente antecedente all’avvento del nazismo. Scrive Muenchau riferendosi a Bruening che “anche lui fece parte di quell’ampio schieramento dell’establishment convinto che non vi fossero alternative all’austerità” e conclude “l’Italia ha ancora davanti qualche strada aperta ma deve scegliere quale imboccare”.

Mi pare un invito su cui riflettere attentamente proprio perché proviene da un giornale che costituisce l’organo dei circoli dominanti ma che a volte, come in questo caso, non manca di lucidità.

Bisogna in effetti temere che, come avvenuto in passato, l’estendersi della crisi economica e l’adozione di ricette  non solo inefficaci ma anche dannose, come quelle attualmente tentate dall’Europa del fiscal compact, della recessione e della disoccupazione dilagante, possa aprire la strada a formazioni di tipo fascista. E’ nelle situazioni di crisi del resto che, com’è ho avuto occasione di rilevare, si pone la necessità di una scelta netta fra destra e sinistra.

Berlusconi, che ignora la storia ma non è privo di fiuto politico, l’ha capito e anche in quest’ottica si può spiegare il suo tentativo di rivalutare il fascismo e il suo massimo protagonista.

Contro questo ed altri tentativi occorre certo tenere alta e ben funzionante la memoria di quello che è stato e passarla alle giovani generazioni, ma anche saper percorrere strade per la soluzione della crisi che non aggravino ulteriormente la situazione del Paese e quello dell’Europa intera in ogni sua parte. L’antifascismo dei fatti passa in altri termini per la strada di una suddivisione davvero equa dei costi della crisi e di un decisivo ridimensionamento della finanza dominante.

In altri termini, l’indispensabile e sacrosanta battaglia antifascista deve saldarsi a quella contro il neoliberismo, di cui Monti è oggi la principale espressione. Non è che quest’ultimo sia, beninteso, un disonesto, come nemmeno probabilmente lo fu Bruening. Si tratta del resto di circostanza assolutamente irrilevante. E’ solo tremendamente limitato, borné come dicono i francesi, quindi schiavo di ricette e soluzioni che non portano da nessuna parte e condizionato dal sistema di potere imperniato sulle banche di cui proclama, anche di fronte a scandali della portata di quello dei Monte dei Paschi di Siena, l’innocenza.

Occorre dunque assumere politiche diametralmente opposte a quelle portate avanti nell’ultimo anno e mezzo da Monti, con il sostegno di Pd e Pdl. E’ un modo per onorare davvero la memoria di quanti caddero combattendo contro il fascismo e che oggi si rivoltano nella tomba ascoltando le ingiuriose e infami battute del signor Bungabunga. Il quale dal canto suo dovrebbe rispondere, oltre che di tante altre cose, della velata ma neanche tanto apologia del fascismo di cui si rende colpevole nell’intento a tutti chiaro di rovesciare la Costituzione italiana e ripristinare un regime di stampo autoritario. Un sogno, o meglio un incubo, che resterà tale se, oltre a coltivare la memoria, si coltiveranno nei fatti gli interessi e si rispetteranno i diritti della stragrande maggioranza del popolo lavoratore italiano.


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