Bisogna davvero augurarsi che il valoroso magistrato palermitano Ingroia sciolga in modo positivo la riserva di qualche giorno di riflessione con la quale ha accettato la candidatura a premier conferitagli da un’ampia coalizione comprensiva di movimenti e partiti che si oppongono in modo netto al neoliberismo e chiedono che la democrazia in Italia sia riaffermata, consolidata ed ampliata.

Vorrei elencare almeno sette motivi più che validi per sostenere e votare Ingroia e la coalizione che lo appoggia che in parte emergono anche dai dieci punti che ha proposto all’attenzione.

1. Il suo strenuo impegno a difesa dello Stato di diritto, manifestato senza compromessi anche nel momento del ben noto  conflitto con Napolitano a proposito delle intercettazioni telefoniche. Vicenda nella quale Ingroia ha espresso con coerenza il principio secondo il quale non possono esistere nel nostro Paese zone franche, né personaggi dotati del crisma dell’insindacabilità, con buona pace dei neomonarchici annidati nelle pieghe del sistema democratico.  Molto significativo è del resto lo slogan che Ingroia ha adottato: “Partigiani della Costituzione”.

2. La sua attenzione, professionale e non solo, nei confronti dei fenomeni della mafia e della corruzione. Fenomeni al tempo stesso nostrani e internazionali, rafforzati e incentivati dall’attuale globalizzazione nel segno dei poteri finanziari dominanti. E che ci costano caro sia in termini umani, che di democrazia, che di meri dati economici, costituendo il vero piombo sulle ali dell’Italia, piombo al quale neanche il governo Monti ha dedicato la dovuta attenzione, sia per la sua organicità ai detti poteri finanziari dominanti, sia perché era troppo impegnato a distruggere i diritti e le garanzie dei lavoratori. Si veda in questo senso il punto numero 4 del programma di Ingroia: “Vogliamo una politica antimafia nuova che abbia come obiettivo ultimo non solo il contenimento, ma l’eliminazione della mafia, e la colpisca nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri poteri, a cominciare dal potere politico”. 

3. L’impronta fortemente antiliberista del suo programma, basato sul rilancio della democrazia nei posti di lavoro e sulla difesa dei beni pubblici e comuni, che dovrà ovviamente comportare anche una precisa e coerente battaglia in sede europea, dato che purtroppo l’Europa è il luogo di origine di molte di tali politiche sciaguratamente neoliberiste. E anche perché legalità e solidarietà, che egli pone in testa al suo programma, sono entrambe antitetiche all’attuale modello di sottosviluppo, basato sullo spadroneggiare dei poteri forti, l’esasperazione delle differenze sociali e la devastazione ambientale mediante le cosiddette grandi opere. Cui si accompagna anche il rifiuto della burocrazia e dei vincoli non necessari nei confronti dell’attività d’impresa innovativa, oggi soffocata da finanza, burocrazia e tasse. E ovviamente il ripudio della guerra, con la fine della partecipazione a missioni militari che abbiano in effetti carattere bellico.

4. L’attenzione mostrata nei confronti di scuola, università e ricerca, di cui va assolutamente salvaguardato il carattere pubblico e della cultura, giustamente considerata alla stregua di motore della rinascita del Paese.

5. L’impegno per la laicità dello Stato, obiettivo di portata veramente storica e rivoluzionaria in uno Stato come l’Italia dove il Vaticano penetra in qualsiasi schieramento politico. In nome della salvaguardia delle differenze e del rispetto dei diritti della persona che significano anche realizzazione delle aspettative degli immigrati, oggi costretti fuori dalla cittadinanza.

6. L’appoggio di sindaci, come Luigi de Magistris e Leoluca Orlando, capaci di imporsi in situazioni difficili e degradate contando solo sull’appoggio di poche forze politiche e della cittadinanza. Sindaci che hanno avviato un percorso di rinnovamento locale che deve oggi pervenire fino al centro del potere nazionale.

7. Infine, per una ragione di carattere strategico, perché la convergenza tra le forze politiche che hanno saputo, dentro e fuori il Parlamento, mantenere alta la bandiera di un’opposizione non demagogica e strumentale contro le politiche di Monti e del capitale finanziario, il movimento arancione e “Cambiare si può”, può determinare le condizioni per un rinnovamento effettivo della politica vita nazionale. Spazzando via definitivamente sia il tentativo revanscista di Berlusconi che tenta invano di riemergere dalla pattumiera della storia, sia le politiche immobiliste e legate ai poteri forti e alle cricche di Monti e della sua congrega di banchieri ed alti burocrati.

In quest’ultimo senso, la portata dell’esperimento in corso va ben al di là delle prossime scadenze elettorali, sia nazionali che regionali che locali. Si tratta infatti di istituire un luogo di elaborazione politica e culturale, un intellettuale collettivo radicato a fondo nel popolo italiano, che sia capace di intraprendere e portare avanti i passaggi rivoluzionari oggi necessari per dare un senso al futuro nel nostro Paese e nel mondo. Dialogando in modo non settario con le altre forze sinceramente interessate al cambiamento, siano esse tuttora irregimentate in un Pd ancora eccessivamente subalterno al montismo o presenti nel magmatico movimento Cinque Stelle, o disperse nelle migliaia di comitati intenti a lottare nelle più varie situazioni, dalla difesa di scuola, sanità e cultura da liquidazione e privatizzazioni, da quella del tessuto industriale a quella del territorio contro le speculazioni e il saccheggio.